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Pelle ipersensibile: come riconoscerla?

Come si presenta la pelle ipersensibile?

La pelle ipersensibile è una pelle che reagisce in maniera esagerata agli stress quotidiani ai quali generalmente una pelle normale rimane inalterata.

Questi stress possono essere riassunti in FATTORI AMBIENTALI (vento, variazioni di temperatura, …), ELEMENTI CHIMICI (come coloranti, acqua calcarea, detergenti..) ma anche il semplice CONTATTO con i vestiti, superfici oppure la barba del papà. La pelle ipersensibile si manifesta con un rossore visibile associato spesso alla sensazione di prurito, pizzicore e di pelle che tira.

 

Quali sono i bisogni specifici della pelle ipersensibile?

 

La pelle ipersensibile ha bisogno di essere LENITA e IDRATATA a lungo, fin dalla nascita.

 

Come si può idratare la pelle ipersensibile?

Mustela, leader di mercato nel settore cosmesi per bambino, prosegue con il suo programma di ricerca scientifica totalmente dedicato alla pelle del bebè.

 

Nel 2016 Mustela ha riformulato tutta la sua linea di prodotti in funzione dei risultati ottenuti attraverso studi all’avanguardia che hanno identificato 3 tipi di pelle del bebè: PELLE NORMALE, PELLE SECCA e PELLE A TENDENZA ATOPICA.

Nel corso del programma di ricerca è stato individuato un quarto tipo di pelle: la PELLE IPERSENSIBILE, per il quale Mustela ha ideato una nuova gamma di prodotti.

 

  Perseose di Avocado: attivo naturale brevettato, protegge la barriera cutanea, IDRATA e preserva il capitale cellulare della pelle.

 

Schisandra: attivo naturale brevettato, LENISCE la pelle e aiuta a ridurre i segni dell’iperreattività cutanea.

 

 PELLE IPERSENSIBILE: L'AMIDO DI RISO

Con l’arrivo dell’estate e con l’aumentare delle temperature, tutti i tipi di pelle, ma in particolar modo quella ipersensibile, hanno bisogno di freschezza e una maggior frequenza di lavaggi con prodotti che rispettino le loro specificità. Mustela ha introdotto nella gamma Pelle Ipersensibile, un prodotto in grado di soddisfare queste richieste: l’AMIDO DI RISO.

 

Pelle Ipersensibile: perché utilizzare l’Amido di Riso?

L’Amido di Riso è un ingrediente di origine naturale dalle proprietà normalizzanti, adatto quindi ad una pelle che necessita di essere alleviata.

Grazie alla sua azione calmante e lenitiva, protegge la barriera cutanea, riducendo gli arrossamenti, il prurito e la sensazione di pelle che tira, tipiche di questo tipo di pelle. Permette inoltre di detergere delicatamente, senza irritare né seccare la pelle, grazie alla sua azione emolliente. Per tutte queste proprietà, può essere usato fin dalla nascita per la pelle delicata del neonato e del bambino.

 

Quali sono gli effetti del suo utilizzo?

Se usato con regolarità, l’Amido di Riso riduce visibilmente l'ipersensibilità della pelle, rendendola morbida e integra. In caso di sudamina e arrossamenti della zona pannolino, allevia la sensazione di fastidio e ha un’azione rinfrescante sulla pelle.

Pelle Ipersensibile: come si usa l'amido di riso

 

Grazie alla sua azione calmante e lenitiva, protegge la barriera cutanea, riducendo gli arrossamenti, la sensazione di pelle che tira e di prurito, tipiche della pelle ipersensibile.

Ideale anche in caso di sudamina e arrossamenti della zona pannolino.

Dopo aver preparato la vaschetta per il bagnetto, versare una busta monodose di Amido di Riso in acqua e scioglierlo. Infine fare il bagnetto al bambino con questo detergente naturale. Fin dal primo utilizzo, la pelle del bambino sarà rinfrescata e la sensazione di fastidio sarà calmata.

 

(COMUNICATO STAMPA MUSTELA!)

Daniela, founder e Ceo del sito "C'era una mamma", marchigiana, copy freelance ed esperta di comunicazione, mamma di Tommaso e Matilde.

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Salute

Mononucleosi nei bambini

La mononucleosi nei bambini è una malattia particolarmente infettiva, spesso senza sintomi, che viene provocata da un virus della famiglia dei virus herpetici (l’Epstein Barr, o HBV) la cui diffusione avviene attraverso le goccioline di saliva emesse parlando. Oppure attraverso le bottiglie scambiate agli allenamenti o le merende scambiate a scuola. Senza dimenticare che i bambini non vanno baciati sulla bocca, né va permesso (orrore) che lo facciano i parenti. Insomma la mononucleosi è davvero difficile da evitare, se accanto ai nostri bambini c’è qualcuno che ha avuto la sfortuna di contrarla.

Mononucleosi bambini: Sintomi

L’incubazione della mononucleosi ha un’incubazione decisamente variabile: va dai 15 ai 45 giorni, e parte con quello che possiamo definire un malessere generale. Le tonsille crescono di dimensione e si coprono di placche, la febbre arriva e sale oltre i 38 gradi, i linfonodi cervicali ingrossano e  diventando dolenti. E’ molto difficile inghiottire, a causa della gola in pessimo stato. A volte, lo stesso aumento di volume coinvolge anche i linfonodi di inguine e ascelle. Ma è soprattutto la stanchezza, il sintomo più importante e debilitante. In molti casi compaiono anche rash cutaneo, ittero, sudorazioni intense specie di notte, perdita di peso, piccoli puntini rossi sul palato, rigonfiamento delle palpebre, e più raramente esantema come quello del morbillo.
Nella maggior parte dei casi, però, tutti questi sintomi non sono presenti e il quadro clinico di chi contrae la malattia si presenta simile a quello di una persona affetta da influenza o faringite.
 

 

 Mononucleosi nei bambini: bisogna preoccuparsi?

La mononucleosi nei bambini (a differenza degli adulti che spesso hanno complicazioni) di solito è un’infezione benigna che si risolve in una decina di giorni, grazie al sistema immunitario, e raramente l’infezione può dare complicanze. Infatti, l’ingrossamento dei linfonodi è proprio la spia che l’organismo reagisce all’aggressione del virus: al loro interno ci sono i linfociti B, globuli bianchi che, messi in allarme dall’arrivo dell’agente estraneo, si moltiplicano per arrestarne l’avanzata. A questo punto il sistema immunitario inizia a cercare di difendersi dalla mononucleosi producendo anticorpi per annientare il virus che, una volta superata la malattia, rimangono come memoria, regalando un’immunità permanente. Questo significa che una volta contratta, non potrà più tornare.

Mononucleosi nei bambini: come si cura

Tanto tanto risposo, per curare la mononucleosi nei bambini, mentre i farmaci sono davvero ridotti all’osso: si parte con il paracetamolo per abbassare la febbre e collutori antisettici per ridurre il mal di gola. E’ fondamentale aumentare l’idratazione dando da bere tanta acqua, perché una febbre alta può portare alla disidratazione, mentre è importante preferire cibi freschi e morbidi, che diano fastidio alla gola infiammata.

Mononucleosi nei bambini e milza

Qualche accortezza in più anche durante la convalescenza: la mononucleosi induce un ingrossamento della milza che, soprattutto tra gli adolescenti può essere importante. L’organo è perciò meno protetto e quindi si consiglia di evitare la pratica di sport che implicano un contrasto fisico (calcetto, per esempio) per almeno un mese dopo la guarigione: eventuali traumi possono provocarne la rottura”. 

 Mononucleosi nei bambini: quali esami effettuare

In genere la mononucleosi nei bambini viene diagnosticata in base ai sintomi: ma si possono aggiungere il tampone orofaringeo, ovvero il prelievo di un piccolo campione dell’essudato delle tonsille che identifica se l’agente in questione è un batterio (lo streptococco).

I Test specifici per la diagnosi di mononucleosi sono invece il monotest che scopre se ci sono anticorpi eterofili e, in caso di una sua negatività, è utile la ricerca nel sangue di anticorpi anti EBV: le IgM, indice di infezione recente che confermano che l’infezione è in atto e le IgG , indice di infezione pregressa che permangono per tutta la vita.

Come prevenire la mononucleosi nei bambini?

L’aspetto più importante ma anche complesso della mononucleosi resta senza dubbio quello della  prevenzione. A tal riguardo, è opportuno evitare il contatto (fisico o di oggetti) quando la malattia è conclamata. La mononucleosi si previene vivendo in ambienti puliti ma soprattutto rafforzando il proprio sistema immunitario. Proprio per questo è bene fare una regolare attività fisica, seguire una dieta equilibrata e bere molta acqua, integrando con la giusta dose di vitamine e minerali.

Salute

Bambini e paura dell'acqua: che fare?

Paura dell'acqua nei bambini: come dobbiamo comportarci? /

 

Da mamme, sappiamo che ogni bambino e a sè: è impossibile fare paragone tra fratelli, figuriamoci con altri bimbi. E può capitare che da una parte ci siano bambini che non uscirebbero mai dall'acqua e altri che invece non riescono ad avvicinarsi nemmeno sotto tortura.

 

Bambini e paura dell'acqua: che succede?

Cosa può portare alcuni bambini ad avere paura dell’acqua? La paura dell'acqua inizia in genere dopo l'anno, ma la fobia vera e propria compare intorno ai 5 anni, per poi scomparire gradatamente verso i 12 anni. Ma non parliamo solo di piscine e mare, ma di una vera e propria ansia nel momento in cui stanno per fare la doccia.

Il 3% dei bambini soffrono di questo problema, che per fortuna molto raramente resiste fino all’età adulta.I bambini vedono nell'acqua qualcosa di instabile, precario, difficile da gestire anche se sono lì presenti i genitori o gli educatori.

 

Bambini e paura dell'acqua: come si comportano i piccoli?

I bambini che hanno paura dell'acqua, al mare non vorranno nemmeno camminare sul bagnasciuga, mentre in piscina si terranno ben lontani dal bordo. Se la paura è costante e persiste, non dovete assolutamente considerarla un capriccio, ma una situazione da affrontare con serenità e partecipazione.

 

Bambini e paura dell'acqua: come aiutare i vostri piccoli?

Innanziutto trasmettete loro tanta tranquillità: non dovete essere nè arrabbiati nè delusi.  State loro sempre vicino, per dimostrare che in ogni attimo potrete essere lì ad aiutarlo. Soprattutto dovete procedere nella maniera più graduale possibile.

Iniziate bagnandogli le mani: la prima cosa da fare è abituare il bambino a sentire l'acqua sulle mani (una zona molto sensibile, perché ricca di terminazioni nervose). Quindi, partendo da una condizione in cui lui si sente sicuro, al mare, dove tocca, proviamo a mettergli le mani dentro l'acqua. Per stimolarlo, facciamolo pasticciare un po' con l'acqua.

Evitare schizzi e scherzi: anche se possono sembrare innocui, giochi troppo esuberanti possono scatenare ulteriore paura nel bambino già spaventato.

Cominciate con spazi più piccoli: molte volte a provocare la sensazione di paura non è solo l'acqua in sé, ma anche il disorientamento creato da un eccessivo spazio intorno, soprattutto al mare, con le onde. Per questo può essere utile incominciare a fargli prendere confidenza con l'acqua usando per esempio una piccola piscina gonfiabile, che può fornire al bambino l'impressione di tenere le cose "sotto controllo". Poi si può passare a una piscina vera e propria e infine provare con il mare.

Bambini e paura dell'acqua: quali sono le cause?

La paura dell'acqua, quasi certamente è una reazione legata a un'esperienza traumatica vissuta dal bebè: esperienza che, sul momento, può anche passare inosservata (può bastare uno schizzo fastidioso o una piccola sorsata ingerita inaspettatamente), ma che può ingenerare nel bambino una forma di rifiuto e di chiusura. A volte invece non c'è una causa precisa. Ciascun bambino ha i suoi ritmi e i suoi tempi che vanno rispettati.

 

Voi dovete solo accompagnarlo in questo percorso e avere tanta pazienza: e prima o poi il vostro piccolo diventerà uno straordinario pesciolino!

Salute

Burnout genitoriale: un baratro che ci allontana dai figli

 Il burnout genitoriale è il distanziamento emotivo dai figli: come riconoscerlo ed affrontarlo

 

Quando Tommaso era molto piccolo ed ero incinta di Matilde, ho sofferto di Bornout lavorativo. L'azienda in cui stavo aveva un ambiente talmente aggressivo (ai limiti dell'aggressione fisica) stressante e devastante, che me ne sono dovuta andare, e ci ho messo più di un anno a superarne i postumi.

 

Ma esiste anche un burnout genitoriale: una condizione terribile di esaurimento delle risorse emotive e psicologiche che porta ad avere un distanziamento emotivo dai figli. Ci si sente inefficaci, si soffre di depressione e sensi di colpa, e può verificarsi in condizioni di fortissimo stress.

 

Non sempre il nostro corpo e la nostra mente sono in grado di fare fronte a quello che noi chiediamo loro, o meglio, a quello che la nostra realtà quotidiana e le persone che sono intorno a noi ci chiedono. A volte semplicemente si finisce la benzina e si entra appunto in fase di esaurimento. Si diventa più freddi nei confronti dei figli, meno partecipativi, persino meno attenti. Ad esserne colpiti non pensiate che siano solo le mamme, ma capita in egual misura a madri e padri, chiamati ad affrontare situazioni troppo gravose.

 Burn out genitoriale: Allontanarsi emotivamente dai figli

 Piano piano scompare quella empatia che invece è così naturale quando tra genitori e figli se c'è un rapporto sano. Il peso di tutto è talmente eccessivo che sopravviene una stanchezza cronica dalla quale si fa fatica ad uscire: e questa stanchezza non è stata sostenuta da chi è vicino alla persona in questione, che l'ha comunque sottovalutata. La perdita di un lavoro, una separazione, una malattia importante, un lutto possono scatenare questa condizione.

 

 Burn out genitoriale: come affrontarlo

 La prima cosa da fare per imparare a gestire il burnout genitoriale è senza dubbio riconoscerlo. Infatti se la stanchezza che provate sembra irrecuperabile, se il vostro umore è costantemente a terra, se nemmeno la vicinanza dei figli riesci più a trasmettervi un'emozione positiva, allora è il caso di chiedersi cosa stia succedendo.

Bisogna in secondo luogo imparare a gestire il tempo, per ridurre lo stress. Siamo spesso costretti a ridurre all'osso il tempo per noi, mentre si dilata il tempo che dedichiamo a tutto il resto. E' importante invece dedicare del tempo a cose gradite per sé anche se la situazione è difficile e se rischiate di avere sensi di colpa.

 

Non dimenticate assolutamente che la vostra salute viene prima di tante altre cose, anzi, di tutte: se voi vi ammalate, e siete il sostegno della famiglia, rischiate di far crollare tutto, e di non essere nemmeno più in grado di occuparvi dei bimbi.

Ricordate che dovete chiedere aiuto. Sfogatevi con un'amica, chiedete aiuto alla famiglia, ma se la situazione non accenna a migliorare, cercate di capire se è il caso di affrontare il problema del burnout genitoriale con un professionista.

 

Consultare uno psicoterapeuta potrebbe essere il modo migliore per far ripartire la propria vita verso la strada più giusta.

 

 
Salute

NEONATO: quali controlli vengono fatti alla nascita?

 

Appena nato il neonato viene sottoposto subito a diversi controlli al fine di controllare il suo stato di salute immediatamente dopo la nascita. Vediamo in ordine quali sono e a cosa servono questi esami che vengono effettuati sul piccolino.

 

1.       Indice di Apgar: è un punteggio che il pediatra (o delle volte anche l’ostetrica) dà al neonato al 1° e al 5° minuto dopo la nascita, questo punteggio tiene in considerazione 5 parametri che sono la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria, il colorito, i riflessi e il tono muscolare.

 

2.       Somministrazione della vitamina K: viene somministrata la vitamina K (in gocce o con una piccola iniezione) come profilassi per la malattia emorragica del neonato, perché tale malattia può essere causata da un deficit di vitamina K, in quanto essa ha uno scarso passaggio attraverso la placenta e nei neonati la sintesi di tale vitamina non inizia fino a quando non compare la flora batterica intestinale.

 

3.       Somministrazione del collirio antibiotico: successivamente alla vitamina K al neonato viene instillato negli occhi un collirio antibiotico come profilassi per l’infezione gonococcica e la congiuntivite batterica da parto.

 

4.       Screening metabolico: è conosciuto anche come test di Guthrie, esso consiste in un prelievo di sangue dal tallone solitamente mentre il piccolo è attaccato al seno, il suo scopo è quello di identificare eventuali malattie come l’ipotiroidismo congenito, la fenilchetonuria e la fibrosi cistica; la risposta arriva circa dopo 15 giorni, si tratta di un test di primo livello, il cui risultato non costituisce una diagnosi definitiva, ma semplicemente un indice di rischio.

 

5.       Esame oculistico: detto anche del riflesso rosso, perché attraverso un determinato apparecchio si va a controllare il riflesso rosso del fondo oculare per vedere che l’occhio sia ben conformato.

 

6.       Esame uditivo: un piccolo sensore viene inserito nel condotto uditivo del piccolo e si vanno a rilevare le otoemissioni acustiche, che evidenziano che un orecchio è ben strutturato e funziona bene.

 

7.       Esame dell’anca: si esegue attraverso la cosiddetta manovra di Ortolani, cioè un particolare movimento che si fa fare alle gambe del bambino per verificare che la testa del femore sia ben centrata nella sua sede; questa manovra serve per diagnosticare precocemente la displasia congenita dell’anca, una malformazione che se è sospetta, viene ricontrollata dopo 15 giorni con un’ecografia.

 

8.       Controllo del peso: alla nascita il bambino viene pesato e nel corso della sua permanenza in ospedale viene controllato il calo fisiologico, cioè la normale perdita di peso dopo la nascita, dove in genere il bambino può arrivare a perdere fino al 10% del suo peso iniziale.

 

9.       Controllo della glicemia: la glicemia viene controllata per evitare che il piccolo vada incontro all’ipoglicemia neonatale; maggiore attenzione a questo parametro viene posta nei bambini con fattori di rischio tra cui la prematurità, diabete materno, bambini con basso peso alla nascita.