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Se fa male, non è amore

Oggi, invece delle mimose vi regalo informazioni. Ho intervistato l'avvocata Emanuela Marini, che da anni si occupa di violenza di genere, e le ho tante cose. Questo è quello che mi ha risposto.

 

Iniziamo subito dalla cosa più importante: quando ci si trova in una situazione di difficoltà a chi bisogna rivolgersi?

Se ci si trova in una situazione di violenza domestica, bisogna chiamare il 1522, la rete nazionale dei centri antiviolenza, e in base alla territorialità saranno poi loro a dare i recapiti dei centri antiviolenza più vicini. I centri antiviolenza devono avere un numero di emergenza con reperibilità H24, e tramite i Centri locali si garantisce la consulenza legale e psicologica e sono gratuite.Questo è il primo passo. Una volta fatte le prime valutazioni, se  l’avvocata deve prendere il caso diventa, la donna maltrattata diventa una sua cliente, che paga la prestazione o ha il patrocinio a spese dello Stato. Il patrocinio è garantito a chi ha un reddito inferiore agli 11 mila euro, ma per le donne vittime di maltrattamenti, violenza sessuale, stalking, è sempre gratuito (per la procedura penale non  per la separazione che invece è un'altra cosa). Il centro antiviolenza nasce da convenzioni europee recepite in italia e ne esiste uno per ogni provincia.

 

Cos’è la violenza di genere?

Lo dice la parola stessa, la violenza del genere maschile sul genere femminile, esercitata per motivi culturali. Legata al fatto che storicamente la donna è considerata inferiore e sottomessa. Basti pensare che fino al 1975 esisteva la Patria Potestà che adesso per fortuna non esiste più (c’è la responsabilità genitoriale). Basti pensare che c’era il Pater familae, che era il padrone della famiglia, dei figli e della moglie. C’era lo Ius Corrigendi, il diritto del marito a picchiare la moglie se non si comportava secondo le sue idee. La moglie non aveva il diritto ad alienare beni senza la firma del marito. Non dimentichiamo che abbiamo dovuto attendere il 1997 per far sì che la violenza sessuale smettesse di essere offesa alla morale e diventasse offesa alla persona: è praticamente l’altro giorno, eppure sembra di parlare del Medioevo. Quindi la violenza di genere è nello specifico quello che matura da parte di un uomo contro una donna.

 

Negli ultimi tempi ci sono sempre più notizie di femminicidi: è una questione di percezione? Stanno aumentando i casi? Oppure le donne denunciano quello che prima non denunciavano?

Statisticamente non possiamo dire niente perché fino a pochi anni fa era tutto considerato normale. Era naturale che la donna sopportasse i maltrattamenti per tenere unita la famiglia. Se un uomo ti picchiava o ti tradiva, erano panni sporchi da lavare in famiglia.

In molti chiedono a che serve chiamare con un nuovo nome un reato per cui esisteva già la parola omicidio. In realtà usare il termine femminicidio, è importante perché ci dice chi ha ucciso chi, ci dice il rapporto tra entrambi (una donna uccisa in una rapina non è un femminicidio) e ci dice perché quella donna è morta. E’ morta perché era una donna, e perché era in relazione con l’assassino.

 

La legge italiana. Nel tempo sono state fatte delle leggi più specifiche sulla tutela della donna. Sono sufficienti? Sono ben applicate?

Le leggi ci sono: bisognerebbe saperle applicare. Bisogna preparare gli operatori affinchè sappiano come applicarle e come indirizzare le donne maltrattate.  Per arrivare a fare una denuncia, una donna deve essere pronta, deve essere preparata prima, non solo psicologimante ma anche nel concreto. La denuncia non è l’ultima cosa che fai: è l’inizio. Le donne non sono spesso pronte ad affrontare questo tipo di percorso. Per questo a volte denunciano, e poi tornano indietro, e poi magari effettuano un’altra denuncia, e poi la ritirano. Non c’è una cultura e una preparazione degli operatori.

 

Nel caso di Latina ad esempio, le persone con cui ha parlato, probabilmente non hanno saputo consigliare la mamma delle bimbe. Non si fa un percorso di uscita dalla violenza facendo la denuncia dai carabinieri, ma si fa un percorso sia di sostegno psicologico, sia di azioni concrete. Bisogna crearsi una rete di assistenti sociali, con il giudice, con i carabinieri. Con un avvocato competente. E queste persone tra di loro DEVONO PARLARE. Il centro antiviolenza deve essere capace di coordinare e proteggere. Non sempre è facile, il lavoro è tanto, ma è necessario che tutti sappiano la situazione di una donna che si sente in pericolo.

 

Facciamo un passo indietro. Una donna vittima di violenza non vede mai il pericolo. Pensa di saperlo gestire. E’ abituata ad un certo livello di violenza. Soprattutto nei primi colloqui difficilmente si sente in pericolo. Quindi nel momento in cui una donna vittima di violenza viene da te e ti dice “Mi sento in pericolo” significa che la situazione sta già diventando gravissima e sta precipitando. L’operatore che parla con quella donna deve essere in grado di fare una valutazione del rischio, che non si fa con una chiacchierata, ma con dei test specifici. Ed è necessario raccogliere quante più dichiarazioni possibile, perché poi tutto starà nelle mani di un giudice che decide l’allontanamento o l’arresto. Ma se al giudice si porta solo l’ultimo episodio, staccato da tutto il resto, il Giudice archivia, o considera lesioni piuttosto che maltrattamenti. Purtroppo le donne vittime di maltrattamenti si rivolgono ai Carabinieri solo quando si sentono in pericolo, ma raccontano l’ultimo episodio e non tutto quello che è statao vissuto precedentemente.

 

Le persone spesso non capiscono che la verità processuale è diversa dalla verità storica, e nella verità processuale non contano tutti i fatti, ma solo quelli denunciati.

 

Quali sono i campanelli d’allarme che devono suonare?

Non sono facili da individuare, perché spesso sono confusi con le attenzioni che si hanno all’inizio di un rapporto. Parliamo ad esempio di gelosia, richiesta di controllo. All’inizio, quando magari non conosci una persona, non sai se è innamorata di te, sentirti dire “Sono geloso, non voglio che esci con x” potrebbe essere scambiata come una dimostrazione d’amore. Sentirsi dire “Questo non lo devi fare” è un primo campanello d’allarme. Eccessiva gelosia, controllo negli spostamenti, nell’abbigliamento, l’isolamento sociale.

La violenza psicologica, che è più subdola, è quella dell’insulto e della denigrazione. Una donna si sente costantemente sminuita e poco considerata. Non si è considerata come essere umano. Una donna che si sente dire questo per venti anni, alla fine ci crede. Spesso le donne pensano di non essere davvero in grado di fare determinate cose.

 

Aggiungo che noi (purtroppo o per fortuna, i punti di vista possono essere molteplici) siamo quelle versate alla cura dell’altro e questo ci porta a curare chi ha bisogno di noi. Un uomo debole (perché il violento è un debole che non sa gestire le proprie emozioni) è quello che ci fa scattare l’indole da crocerossina.

Con il mio amore, io lo cambierò, lo salverò. E siamo bravissime a trovare gisutificazioni.

 

Una cosa che le donne spesso non riconoscono è la violenza economica. Mentre prima c’era l’uomo che lavorava e l’uomo aveva il controllo economico della situazione, adesso sono sempre di più i casi in cui l’uomo non lavora, lavora solo la donna, ma lui ha lo stesso il controllo totale e assoluto della situazione economica.

Le donne fanno fatica anche a riconoscere la violenza sessuale all’interno della coppia. Pretendere un rapporto e sottostare ad un rapporto non voluto è violenza sessuale. Eppure non lo so riconosce.

Infine tutte queste forme di violenza non solo non sono riconosciute come eventi di violenza, ma soprattutto non sono riconosciuti come reati.

 Un'ulteriore importante informazione: in nessun caso può essere proposta alla coppia la mediazione. Mai, mai: essa è vietata dalla Convenzione di Instambul.

In un caso come quello di Latina, che può essere successo?

Iniziamo dal dire che spesso i mezzi di comunicazione che non danno informazioni complete, e quindi è difficile farsi un’idea di come possono essere andate davvero le cose. Dare un giudizio da quello che si sente dal telegionarle è difficile. La certezza è che è mancata una sensibilità nelle persone a cui questa donna si è rivolta.

Possiamo partire da un dato di fatto? Nel momento in cui ci sono delle vittime, qualcosa è mancato, giusto?

E sì, lì c’è stato un errore di valutazione del rischio da parte delle persone a cui si è rivolta, probabilmente non ha chiesto aiuto alle persone giuste e non l’ha fatto nel modo giusto. Nessuno vuole colpevolizzare lei, vittima. Il problema è che spesso queste donne sono, permettetemi il termine, ambigue. Sono combattute: da un lato hanno paura di morire, dall’altro non vogliono rovinare il lavoro o la carriera del marito. E quindi è difficile capire il messaggio che vogliono mandare.

 

Da profana, ascoltando questa storia, una cosa mi ha colpito molto: come è possibile che quell’uomo avesse superato pochissime settimane prima un test psicologico?

Perché in quel caso non c’è un problema psicologico. Quell’uomo era lucidissimo. A volte le persone pensano che per compiere atti così terribili, la gente debba essere pazza: ma è perché misuriamo che cose con il nostro giudizio e la nostra esperienza. Le persone che esercitano violenza non sono persone malate, sono persone violente. È diversa la cosa. Nelle statistiche le persone psichiatriche, difficilmente sono violente.

Questo è un equivoco in cui si cade: ci manca la cultura per capire.

Questa persona scientemente ha fatto tutto. Tutte le azioni che lui ha compiuto, mostrano una grande lucidità. Ha predisposto per i futuri funerali. Ma soprattutto, ha ferito deliberatamente la moglie ma non l’ha uccisa, perché potesse sopravvivere con il dolore di non avere più le figlie. Non può aver sbagliato tre colpi a distanza ravvicinata. Non è stato un atto di follia, ma premeditato. E la comunicazione ha una grande responsabilità, nel far passare questo messaggio. Non ha fatto questo perché si sono separati, ma si sono separati perché lui era violento. Lui si è ucciso perchè sapeva perfettamente le conseguenze di quello che aveva fatto. E’ come se avesse lasciato scritto alla moglie: tu non le avrai mai e vivrai per sempre con questo dolore.

 

Un soggetto violento può cambiare?

In questi anni se devo essere sincera non mi è mai successo di veder cambiare radicalmente un violento. È ovvio che subito dopo la denuncia sono tutti angeli. La violenza ha un ciclo: e le donne devono imparare a riconoscerlo.

Allora, in tutte le coppie si litiga: e per prima cosa bisogna distinguere la violenza dal conflitto. Il conflitto c’è in tutti i rapporti, ma è alla pari. Si è sullo stesso piano. Nella violenza c’è uno squilibrio. Nel momento in cui l’uomo non sa gestire il conflitto. Se non riesco a impormi su di te con le parole, lo faccio con i pugni.

C’è un innalzamento di tensione che una donna riconosce sempre. Dopo la violenza c’è la fase che si chiama luna di miele. Non si sente in colpa, ma chiede scusa, ma in realtà non è veramente pentito. Passa la luna di miele e si ricomincia. Questo ciclo ha una valenza ingravescente. La luna di miele è sempre più breve e la violenza è sempre più grave, fino ad arrivare ai femminicidi.

Quello che noi raccomandiamo alle donne, quando ancora non hanno deciso di andarsene, è che quando riconoscono il progromo della violenza, devono interrompere quell’azione. Devono uscire, scappare, nascondersi in una stanza. Devono mettersi in sicurezza. Bisogna individuare quindi una stanza dove potersi nascondere. Avere sempre il cellulare carico di batteria e di soldi. Avvertire almeno una persona di quello che si sta vivendo. E dargli una parola chiave che gli faccia capire che è in pericolo. Se c’è una situazione di pericolo immediato di vita bisogna rivolgersi alla forze dell’ordine: e bisogna dire che si è in pericolo di vita. Dovete dire: ho paura di morire.

 

La cosa importante è mettere le cose per iscritto, e renderli responsabili della propria situazione. Una volta che voi siete andate a fare la denuncia e a dire che si è in pericolo di vita, il Carabiniere ha l’obbligo di contattare il centro antiviolenza e mettervi in sicurezza nella casa di emrgenza che esiste in ogni regione. Dopo tre giorni si inizia un percorso tagliato su misura per ognuna.

 

Tante mamme sopportano l’insopportabile per non disgregare la famiglia. Ma qual è l’effetto sui figli? Come cresce un bambino che ha assistito per tutta l’infanzia alle violenze sulla mamma?

Le conseguenze sono gravissime. Parliamo di violenza assistita: il minore non è la vittima diretta. Ma è vittima lo stesso. Per prima cosa vede una situazione che nessuno (tantomeno un bambino) dovrebbe vedere, poi si sente responsabile e in colpa. C’è l’adultizzazione perché il bambino si sente in dovere di prendersi cura della mamma. Il bambino deve solo giocare e andare a scuola: non deve essere il difensore della sua mamma. Questo crea dei problemi psicologici gravissimi.

E quando si dice “Io non ho denunciato perché avevo paura che i servizi sociali mi portassero via i bambini”, puoi scriverle per esteso, è un’emerita CAZZATA. Sì perché la legge in realtà dice che se tu, mamma, permetti ai figli di crescere in un clima di violenza, senza fare nulla per allontanarli, allora sì che rischi che i bimbi ti vengano tolti. Se tu denuncia o ti allontani e dimostri di volerli proteggere, gli assistenti sociali non cercheranno mai di toglierti i bambini. Di solito le donne riescono a uscire dalla violenza quando capiscono che devono tutelare i figli. E questo succede quando i figli sono abbastanza grandi da mettersi in mezzo. Quando iniziano a difendere la propria madre: ed è terribile da dire ma i figli, in queste situazioni odieranno tanto il padre violento quanto la madre che non li ha portati via da quella situazione.

 

Sei mamma di due bimbe: come vorresti crescere le tue figlie per renderle abbastanza forti da sottrarle a situazioni di pericolo?

Quello che dico sempre a Giorgia (che ha 7 anni NDR) mentre Chiara è ancora piccola, è che l’Amore non deve far soffrire. L’amore deve far stare bene. Certo, ci può essere un litigio, però si fa sempre pace, ci si vuole bene, ci si sostiene, si condividono i successi. Questo è l’amore. Ovviamente io parlo ad una bimba di sette anni, ma quando sarà più grande le parlerò del rispetto per il proprio corpo, per se stessa.  Più cresce e più il dialogo si farà complesso. Non nascondere che non esiste una diversità tra uomini e donne. E chiudo con un aneddoto. Qualche giorno fa proprio Giorgia mi ha chiesto perché i bambini hanno il cognome del padre. Io ho spiegato che adesso la legge è cambiata, ma prima l’uomo era considerato più importante della donna. Lei stupita ha aggiunto: più importante??? Ma non sanno che senza le donne non sarebbero esistiti?

 

Avvocata Emanuela Marini

Diventata avvocato nel 2007 esperta di diritto di famiglia, dal 2009 si occupa di violenza di genere prima al cav di Macerata da 2018 nei cav di Ascoli Piceno e Fermo con l associazione "on the road" (che istituzionalmente si occupa della tratta e prostituzione).

 

 

Considerazioni mie

Ringrazio innanzitutto l’avvocata Marini, amica, meravigliosa professionista, mamma stupenda, per questa lunga conversazione. Lei ha detto, e io ho trascritto, alcune cose fondamentali. Donne non subite, imparate a riconoscere la violenza, proteggete i vostri figli. E come è stato già detto, non dimenticate che l’amore non deve far soffrire. Se vi fa male, è altro. E dovete allontanarvene.

Daniela, founder e Ceo del sito "C'era una mamma", marchigiana, copy freelance ed esperta di comunicazione, mamma di Tommaso e Matilde.

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Bimbi in vacanza: 4 tipi di figli con cui puoi ritrovarti a viaggiare

Partire per le vacanze con i figli piccoli è un po’ come affrontare la guerra di Troia. Parti con l’idea di aver organizzato tutto alla perfezione e poi ti ritrovi a vagare spaesato per il mondo chiedendoti dove hai sbagliato. Ora, quando i bimbi sono molto piccoli, è ovvio che i bisogni sono più ridotti: nel senso che se hanno mangiato e sono puliti, c’è una buona possibilità che si addormentino. E voi possiate affrontare il viaggio, soprattutto se è in macchina, con il cuore un po’ più leggero.

 

Ma quando i pargoli crescono, non è facile tenerli occupati. E madre natura ci ha forniti di una serie di tipologie di figli che possono rendere più o meno complesso lo spostarsi: senza nulla togliere al loro essere sempre i bimbi più stupendi del mondo!

 

BAMBINI IN VACANZA: Il SOLITARIO FELICE

Ovviamente questa è un iperbole: non esistono bambini che vogliono stare sempre da soli! Il solitario felice però è un bimbo in grado di organizzarsi da solo, senza necessariamente bisogno di avere accanto qualcuno per passare il tempo. E’ il classico bambino che munito di colori, o di costruzioni, passa le ore in macchina senza fare una piega. Lui guarda fuori dal finestrino ed è felice così.Il solitario felice è il sogno di ogni genitore che deve fare lunghi viaggi. Lui si concentra sulla strada, ma sa che il figlio è tranquillo è appagato. Ovviamente per la legge dei grandi numeri, se avete più figli è IMPOSSIBILE (a meno che non abbiate più Cul* di Cenerentola) che vi siano capitati due Solitari felici. E qui arrivano i guai. Il problema è se il Solitario si ritrova in macchina con un fratello….COMPAGNONE.

 

BAMBINI IN VACANZA : IL COMPAGNONE

 

Il compagnone (ma tutto può essere declinato al femminile eh) è quel bambino assolutamente incapace di passare tre minuti da solo senza la compagnia di nessuno. E’ quello che in macchina non ha finito nemmeno di farsi allacciare la cintura e inizia a chiedere “Giochiamo?? A che giochiamo?? Indoviniamo gli animali? Facciamo a gara a chi vede per primo più macchine rosse??” E’ quello che fa amicizia con tutta l’Autostrada perché saluta cortesemente tutte le macchine intorno per centeninaia di chilometri, è quello che mette in croce il Solitario che vorrebbe farsi gli affari suoi e invece alla fine si ritrova a fare ambarabaciccicoccò da Bolzano a Taranto pur di fare contento il fratello.

 

BAMBINI IN VACANZA: Il MIKE BONGIORNO

Il figlio Mike Bongiorno sale in macchina con la precisa certezza di rivolgervi la stessa quantità di domande presenti in una scatola di Trivial Pursuit, ovviamente nel minor tempo possibile. Le domande salgano di grado di complessità all’aumentare della stanchezza del genitore a cui sono rivolte. E quindi si passa da “A che servono le frecce?” appena partiti a “Chi è Dio?” poco prima di arrivare, al grande classico  che non manca mai “Mi dici esattamente da dove arrivano i bambini’” Fatta quando proprio non vi tenete più in piedi. In mezzo ci sono anche domande capaci di mettere in crisi il matrimonio del genere “Mamma, perché la mamma di papà è rincoglionita?” e che vi ricorda anche che certe cose non si dicono: non si dicono davanti ai bambini eh…almeno aspettate che escano!

 

BAMBINI IN VACANZA: L’IMPAZIENTE

Può essere una fase: ma può anche essere che il piccolo resti così per tutta l’infanzia. O per tutta la vita: ma poi saranno cavoli dello sciagurato/a che se lo porterà a casa. L’IMPAZIENTE, circa dieci minuti dopo essere partiti, convinto di essere su di una macchina con il teletrasporto, chiede tutto serafico “Siamo arrivati?” E continuerà a ripetere la stessa frase ogni chilometro di strada. Ma l'impaziente lo è un po' su tutto: se gli dite che vi state per fermare in Autogrill immaginerà che spunti dal nulla in mezzo alla strada, e quando vi dice che deve fare fare la pipì, il tempo a vostra disposizione per trovare il posto adatto sarà di pochi nanosecondi.

 

Ma per organizzare il perfetto viaggio con i bimbi piccoli in macchina, è importante anche essere preparati ed avere dietro alcuni prodotti che si rivelano sempre utili! Per esempio, quando ci siamo spostati questa estate, nella mia borsa non sono mai mancati tre prodotti Mustela: le salviettine, la crema antizanzare e la crema solare

 

Salviette Multiuso Mustela: mantengono la pelle pulitissima, e sono il prodotto sos per eccellenza, che siano da usare sul viso, sulle mani…o altrove!

 

Crema Stelatria riparatrice: per il trattamento localizzato di arrossamenti e irritazioni. Basta una puntura di zanzara per rendere il viaggio complicato e pessimo. La crema stelatria mustela è perfetta per aiutare la pelle dei più piccoli.

 

Solari Mustela: ricordate che il sole di settembre non è meno impegnativo di quello di agosto. In macchina i bambini vanno comunque protetti, e un velo di crema è assolutamente utile.

 

E i vostri bimbi in viaggio come sono??

 

Post in collaborazione con Mustela!

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Quando NOI eravamo bambini

Quante cose sono cambiate da quando noi eravamo bambine? Io sono circondata di persone che non fanno che gloriarsi di tutto quello che sanno fare i figli con gli smartphone: ma se dessimo loro una penna e una musicassetta, saprebbero cavarsela? Perchè quando eravamo piccole noi, vivere era un'arte. Arte varia, diremmo, ma arte: ed ecco le cose in cui eravamo davvero bravi.

 

L’arte di fare fotografie

Non c’erano prove, non c'era selfie, non si poteva fotografare 50 volte la stessa cosa. Noi bambini sapevamo che la macchina fotografica era preziosa e le foto non potevano essere sprecate.  Eppure che emozione se per una volta ci facevano fare una foto! Di solito capitava ai compleanni, quando l'addetto (adulto) alle fotografie ti consegnava la macchina del desiderio che pesava quanto e ci spiegava come fare, per essere anche lui una volta nell'inquadratura. Ovviamente il risultato si scopriva mesi dopo, perchè le foto di Natale le vedevi a Pasqua: e a me, per anni, mi hanno chiamata Robespierre. Perchè non ho mai lasciato una testa intera in una foto. Ma tanto lo si sapeva sempre a mesi di distanza. P

 

L’arte di cambiare canale

Quando eravamo piccoli, e potevamo guardare la tv, c’era sempre l’addetto al cambio canale: il fratello sfigato che o perché più buono, o perché più vicino alla tv, doveva alzarsi per andare a toccare il tastino sotto allo schermo. Certo, non è che la scelta fosse varia: 6 canali, di cui solo uno con i cartoni animati. Convincere qualcuno a farlo al posto nostro, significava avere una stupefacente  tecnica oratoria. Conosco avvocati che hanno cominciato così.

 

L’arte del farsi la doccia calda

Voi avevate per caso il metano? Da me c’era lo scaldabagno, che aveva una quantità di acqua calda ovviamente limitata. E in ogni casa vigeva il detto: beati gli ultimi, se i primi sono onesti. La velocità nel farsi la doccia era inversamente proporzionale al turno. Il primo ci stava venti minuti, l’ultimo era fuori in meno tempo di un cambio gomme  della  Ferrari.

 

L’arte di riavvolgere la cassetta con la penna

 Era l’incidente più classico di tutti: il nastro usciva, magari tirato dal fratello piccolo, e noi con santa pazienza lo riavvolgevamo tutto con l’aiuto di una penna. Non si buttava mai una musicassetta, perchè poi chissà quando ne avrebbero comprata un'altra. Solo per polsi fermi.

 

L’arte saper di giocare

Avevamo pochi giocattoli, ma una fantasia infinita. Bastava mettere insieme 2 o 3 bambini e si poteva passare la vita a giocare: in giardino, in cortile, persino per strada. Avevamo gambe, braccia e cervello: le tre cose migliori da usare!

L’arte di avere fiducia

Se ci portavano a scuola, restavamo a scuola. Se andavamo in palestra, aspettavamo i genitori fino all’arrivo. Noi sapevamo che loro sarebbero giunti (prima o poi) e loro sapevano sempre dove trovarci. Senza connessioni, telefonate compulsive o messaggi su Facebook. Ci fidavamo.

 

Forse, a differenza di tanti ragazzini di oggi, avevamo semplicemente l’arte di essere bambini.

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Prima uscita con il pargolo: immaginazione vs realtà

 

Tutte abbiamo trascorso nove mesi ad immaginare l'arrivo del nostro cucciolo. Io mi vedevo portarlo a spasso, mentre dormiva beato, nell'elegante trio che avevo comprato. Sarei tornata una 42 appena uscita dall'ospedale (dai diciamo in un mesetto) e tutto sarebbe stato fantastico.

Ma è proprio tutto così come l’avevamo sognato?

Credo proprio di no…e allora vi racconto 4 cose sulla prima uscita con il neonato che nessuno vi ha mai detto!

 

Prima uscita con il pargolo: l'attrezzatura

1. Immaginazione: il Trio si è rivelato davvero un ottimo acquisto! Pratico, veloce da aprire e chiudere, con due mosse lo carichiamo nel portabagagli. È davvero leggero! Possiamo arrivare subito ai giardinetti o dove fare la passeggiata.

Realtà: questo maledetto Trio ci è costato una barca di soldi e già lo odiamo. Per aprirlo e chiuderlo serve una laurea con specializzazione, va smontato in venti pezzi che poi lo dobbiamo riassemblare in mezzo alla strada. Nel portabagagli non ci sta: anche perché noi non ce l’abbiamo un portabagagli nella macchina. E a che serviva, quando eravamo da sole? Dobbiamo quindi legarlo davanti come fosse un passeggero, oppure occupare tutto il retro. Che poi non c’entra il figlio. Alla fine tre chilometri dai giardinetti lo facciamo a piedi.

 

Prima uscita con il pargolo: la passeggiata

Immaginazione: il piccolino ha mangiato, è cambiato, pulito e dorme come un angelo. Lo carichiamo in macchina o partiamo a piedi, verso una rilassante passeggiata.

Realtà: lo abbiamo appena sfamato, cambiato, non ha dolori, non gli manca niente eppure urla come una sirena. Non appena lo adagiamo sulla navetta raddoppia gli strilli. Lo solleviamo e smette. Lo appoggiamo e ricomincia. Quando piange un po’ meno riusciamo a caricarlo in macchina. Attimo di silenzio: il pannolino è di nuovo pieno. Ritorniamo al via e ricominciamo da capo.

 

 

Prima uscita con il pargolo: la nostra forma fisica

 

Immaginazione: a qualche settimana dal parto abbiamo praticamente riconquistato la forma fisica, a parte un po’ di pancetta (fisiologica) e due taglie di reggiseno in più. Camminando ci specchiamo nelle vetrine con un certo orgoglio.

Realtà: la forma fisica pre gravidanza non è solo un miraggio, ma abbiamo anche smesso di ricordarci quale forma avessimo prima del pargolo. La montata lattea ha trasformato la nostra terza in un'ottava: praticamente è come girare con una mensola dell'ikea appoggiata sotto al mento. Abbiamo l’armadio pieno di abiti che ovviamente non ci stanno e l’unica soluzione e mettere le stesse cose dell’ultimo mese di gravidanza. Quando passiamo davanti ad una vetrina che ci riflette, acceleriamo il passo.

 

Prima uscita con il pargolo: gli "amici"

 

Immaginazione: ai giardinetti incontriamo qualche conoscente. Ci fanno i complimenti, ci dicono che il bambino è bellissimo ed è il nostro ritratto, e che noi siamo raggianti. Ci sentiamo la regina del mondo.

Realtà: dopo aver faticosamente raggiunto la meta, facciamo la famosa passeggiata e ci sistemiamo su una panchina. I conoscenti ci dicono, nell'ordine: che bel maschietto! (ed è una femmina, vestita di rosa, in un passeggino fucsia), dai non preoccuparti, quando crescono diventano più belli, ehi, è proprio il ritratto di tua suocera!! I più distratti, che non notano il passeggino, ci chiedono a quando il lieto evento. Ci sentiamo come balena spiaggiata sulla spiaggia, circondate

 

Insomma l'unica a cui sarebbe calzata la parte dell'immaginazione è proprio la meravigliosa Kate: noi ci mettiamo un po' di più a metabolizzare tutto...ma alla fine sarà tutto (quasi) perfetto!

 

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Arriva un fratellino: aspettative vs realtà!

Arriva un fratellino: aspettative vs realtà

Una delle cose che le mamme e i papà hanno imparato da quando sono arrivati i figli, è che tra la vita immaginata e quella reale c’è un abisso. E’ come quando un tempo andavamo in discoteca e mentre ballavamo ci si sentiva la carica sensuale di una Beyoncè de noantri, e invece lo specchio in cui ci si vedeva casualmente riflesse ci rimandava l’immagine dell’orso Yoghi in piena colica renale.

Ecco: i figli sono un po’ così. Cioè, non i figli in sé, ma tutto quello che ruota intorno a loro.  E anche l’arrivo di un fratellino o di una sorellina non fa eccezione.

 

 

Arriva un fratellino: aspettative vs realtà. Si ameranno da subito e per tutta la vita

Provate a immaginare che cosa potrebbe succedere se un giorno vostro marito portasse dentro casa una perfetta sconosciuta e vi dicesse: Lei è Michela, è la nuova moglie e starà con noi per sempre! Vi vorrete tanto bene, vero? Ecco a parte gli scherzi quando aspettiamo un secondo bimbo, ed è ancora chiuso e al sicuro nella nostra pancia, il maggiore si profonde in dichiarazioni d’amore. Baci, carezze: e non vede l’ora di scoprire chi c’è! Ma quando siete tornati dall’ospedale e lui vi vuole tutta per sé ma dovete allattare, comincerà a pensare che quel fagottino è L’USURPATORE. Tommaso, la seconda sera che eravamo a casa con Mati, ad un certo punto le se avvicina e tutto serio le fa “EHI, MA TU NON CI VAI MAI A CASA TUA?” E quindi scenate di gelosia, piccoli dispetti, regressione: fa tutto parte del lavoro di accettazione. Sì, all’inizio non sarà facile: ma poi (se tutto va bene) si ameranno davvero per tutta la vita. Forse.

Arriva un fratellino: aspettative vs realtà. Si faranno compagnia

Quante volte lo avete sentito? In quanti, soprattutto se avete figli con poca differenza di età vi hanno detto: Ehi, dai che bello…cresceranno insieme e si faranno compagnia. E quindi voi già immaginate la vostra vita riprendere il corso normale, mentre uno gioca insieme all’altro. Ovviamente la realtà è che fino ad una certa età non avrete più un figlio attaccato ad una gamba che vi chiama mentre lavate i piatti: ne avrete due. Due pargoli che si portano dietro le seggioline per farvi compagnia (a voi eh) in bagno, due figli che avranno sempre fame, sete, freddo e caldo in contemporanea. Diventerete i maghi del multitasking. Poi certo si faranno compagnia: magari all’Università.

Arriva un fratellino: aspettative vs realtà. Il grande ti aiuterà con il piccolo!

Io non so chi ha iniziato per prima/o a mettere in giro questa sciocchezza: come se un essere umano nasca per fare da baysitter ai fratelli che arrivano dopo. Questo è un errore che non dobbiamo commettere: costringere il fratello o la sorella maggiore a diventare responsabili di chi è più piccolo. Siamo noi gli unici preposti a prenderci cura dei figli! Se poi invece, si vuole coinvolgere con piccoli gesti i fratelli maggiori nella cura dell’ultimo arrivato, per farli sentire comunque importanti e al centro dell’attenzione, ecco questa è sicuramente un’idea intelligente. Potete magari chiedere loro di aiutarvi con il bagnetto: sarà un momento di gioco e si creerà un legame bellissimo.

Sapete che Mustela ha creato una nuova linea di prodotti che sembrano fatti a posta? Il detergente Detergente delicato -  Dante l'Elefante, lo shampoo Shampoo Dolce -   Serena la Balena  e Hydra Bébé Latte Corpo -  Lella la Pecorella faranno innamorare i bimbi “grandi” che vi aiuteranno con il fratellino, e al tempo stesso vi permetteranno di prendervi cura al meglio del nuovo arrivato.

 

(E non dimentichiamo che Serena la Balena, Dante l’Elefante e Lella la Pecorella, sono 3 ambasciatori per il pianeta che vi aiuteranno a sensibilizzare i grandi e i piccini alla protezione dell’ambiente attraverso 3 tematiche importanti come la protezione della biodiversità, la conservazione delle risorse e la gestione dei rifiuti).

 

Insomma: aspettative e realtà sono molto diverse. Ma poi, quando sarà passato un po’ tempo, resterà solo il bello e la fatica sarà dimenticata. E quando li guarderete giocare insieme, sostenersi a vicenda, quando l’amore che avete piantato nei loro cuori sarà cresciuto e sarà diventato un bellissimo albero, saprete di aver fatto davvero un buon lavoro.

 

Questo post è offerto da Mustela!