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Se fa male, non è amore

Oggi, invece delle mimose vi regalo informazioni. Ho intervistato l'avvocata Emanuela Marini, che da anni si occupa di violenza di genere, e le ho tante cose. Questo è quello che mi ha risposto.

 

Iniziamo subito dalla cosa più importante: quando ci si trova in una situazione di difficoltà a chi bisogna rivolgersi?

Se ci si trova in una situazione di violenza domestica, bisogna chiamare il 1522, la rete nazionale dei centri antiviolenza, e in base alla territorialità saranno poi loro a dare i recapiti dei centri antiviolenza più vicini. I centri antiviolenza devono avere un numero di emergenza con reperibilità H24, e tramite i Centri locali si garantisce la consulenza legale e psicologica e sono gratuite.Questo è il primo passo. Una volta fatte le prime valutazioni, se  l’avvocata deve prendere il caso diventa, la donna maltrattata diventa una sua cliente, che paga la prestazione o ha il patrocinio a spese dello Stato. Il patrocinio è garantito a chi ha un reddito inferiore agli 11 mila euro, ma per le donne vittime di maltrattamenti, violenza sessuale, stalking, è sempre gratuito (per la procedura penale non  per la separazione che invece è un'altra cosa). Il centro antiviolenza nasce da convenzioni europee recepite in italia e ne esiste uno per ogni provincia.

 

Cos’è la violenza di genere?

Lo dice la parola stessa, la violenza del genere maschile sul genere femminile, esercitata per motivi culturali. Legata al fatto che storicamente la donna è considerata inferiore e sottomessa. Basti pensare che fino al 1975 esisteva la Patria Potestà che adesso per fortuna non esiste più (c’è la responsabilità genitoriale). Basti pensare che c’era il Pater familae, che era il padrone della famiglia, dei figli e della moglie. C’era lo Ius Corrigendi, il diritto del marito a picchiare la moglie se non si comportava secondo le sue idee. La moglie non aveva il diritto ad alienare beni senza la firma del marito. Non dimentichiamo che abbiamo dovuto attendere il 1997 per far sì che la violenza sessuale smettesse di essere offesa alla morale e diventasse offesa alla persona: è praticamente l’altro giorno, eppure sembra di parlare del Medioevo. Quindi la violenza di genere è nello specifico quello che matura da parte di un uomo contro una donna.

 

Negli ultimi tempi ci sono sempre più notizie di femminicidi: è una questione di percezione? Stanno aumentando i casi? Oppure le donne denunciano quello che prima non denunciavano?

Statisticamente non possiamo dire niente perché fino a pochi anni fa era tutto considerato normale. Era naturale che la donna sopportasse i maltrattamenti per tenere unita la famiglia. Se un uomo ti picchiava o ti tradiva, erano panni sporchi da lavare in famiglia.

In molti chiedono a che serve chiamare con un nuovo nome un reato per cui esisteva già la parola omicidio. In realtà usare il termine femminicidio, è importante perché ci dice chi ha ucciso chi, ci dice il rapporto tra entrambi (una donna uccisa in una rapina non è un femminicidio) e ci dice perché quella donna è morta. E’ morta perché era una donna, e perché era in relazione con l’assassino.

 

La legge italiana. Nel tempo sono state fatte delle leggi più specifiche sulla tutela della donna. Sono sufficienti? Sono ben applicate?

Le leggi ci sono: bisognerebbe saperle applicare. Bisogna preparare gli operatori affinchè sappiano come applicarle e come indirizzare le donne maltrattate.  Per arrivare a fare una denuncia, una donna deve essere pronta, deve essere preparata prima, non solo psicologimante ma anche nel concreto. La denuncia non è l’ultima cosa che fai: è l’inizio. Le donne non sono spesso pronte ad affrontare questo tipo di percorso. Per questo a volte denunciano, e poi tornano indietro, e poi magari effettuano un’altra denuncia, e poi la ritirano. Non c’è una cultura e una preparazione degli operatori.

 

Nel caso di Latina ad esempio, le persone con cui ha parlato, probabilmente non hanno saputo consigliare la mamma delle bimbe. Non si fa un percorso di uscita dalla violenza facendo la denuncia dai carabinieri, ma si fa un percorso sia di sostegno psicologico, sia di azioni concrete. Bisogna crearsi una rete di assistenti sociali, con il giudice, con i carabinieri. Con un avvocato competente. E queste persone tra di loro DEVONO PARLARE. Il centro antiviolenza deve essere capace di coordinare e proteggere. Non sempre è facile, il lavoro è tanto, ma è necessario che tutti sappiano la situazione di una donna che si sente in pericolo.

 

Facciamo un passo indietro. Una donna vittima di violenza non vede mai il pericolo. Pensa di saperlo gestire. E’ abituata ad un certo livello di violenza. Soprattutto nei primi colloqui difficilmente si sente in pericolo. Quindi nel momento in cui una donna vittima di violenza viene da te e ti dice “Mi sento in pericolo” significa che la situazione sta già diventando gravissima e sta precipitando. L’operatore che parla con quella donna deve essere in grado di fare una valutazione del rischio, che non si fa con una chiacchierata, ma con dei test specifici. Ed è necessario raccogliere quante più dichiarazioni possibile, perché poi tutto starà nelle mani di un giudice che decide l’allontanamento o l’arresto. Ma se al giudice si porta solo l’ultimo episodio, staccato da tutto il resto, il Giudice archivia, o considera lesioni piuttosto che maltrattamenti. Purtroppo le donne vittime di maltrattamenti si rivolgono ai Carabinieri solo quando si sentono in pericolo, ma raccontano l’ultimo episodio e non tutto quello che è statao vissuto precedentemente.

 

Le persone spesso non capiscono che la verità processuale è diversa dalla verità storica, e nella verità processuale non contano tutti i fatti, ma solo quelli denunciati.

 

Quali sono i campanelli d’allarme che devono suonare?

Non sono facili da individuare, perché spesso sono confusi con le attenzioni che si hanno all’inizio di un rapporto. Parliamo ad esempio di gelosia, richiesta di controllo. All’inizio, quando magari non conosci una persona, non sai se è innamorata di te, sentirti dire “Sono geloso, non voglio che esci con x” potrebbe essere scambiata come una dimostrazione d’amore. Sentirsi dire “Questo non lo devi fare” è un primo campanello d’allarme. Eccessiva gelosia, controllo negli spostamenti, nell’abbigliamento, l’isolamento sociale.

La violenza psicologica, che è più subdola, è quella dell’insulto e della denigrazione. Una donna si sente costantemente sminuita e poco considerata. Non si è considerata come essere umano. Una donna che si sente dire questo per venti anni, alla fine ci crede. Spesso le donne pensano di non essere davvero in grado di fare determinate cose.

 

Aggiungo che noi (purtroppo o per fortuna, i punti di vista possono essere molteplici) siamo quelle versate alla cura dell’altro e questo ci porta a curare chi ha bisogno di noi. Un uomo debole (perché il violento è un debole che non sa gestire le proprie emozioni) è quello che ci fa scattare l’indole da crocerossina.

Con il mio amore, io lo cambierò, lo salverò. E siamo bravissime a trovare gisutificazioni.

 

Una cosa che le donne spesso non riconoscono è la violenza economica. Mentre prima c’era l’uomo che lavorava e l’uomo aveva il controllo economico della situazione, adesso sono sempre di più i casi in cui l’uomo non lavora, lavora solo la donna, ma lui ha lo stesso il controllo totale e assoluto della situazione economica.

Le donne fanno fatica anche a riconoscere la violenza sessuale all’interno della coppia. Pretendere un rapporto e sottostare ad un rapporto non voluto è violenza sessuale. Eppure non lo so riconosce.

Infine tutte queste forme di violenza non solo non sono riconosciute come eventi di violenza, ma soprattutto non sono riconosciuti come reati.

 Un'ulteriore importante informazione: in nessun caso può essere proposta alla coppia la mediazione. Mai, mai: essa è vietata dalla Convenzione di Instambul.

In un caso come quello di Latina, che può essere successo?

Iniziamo dal dire che spesso i mezzi di comunicazione che non danno informazioni complete, e quindi è difficile farsi un’idea di come possono essere andate davvero le cose. Dare un giudizio da quello che si sente dal telegionarle è difficile. La certezza è che è mancata una sensibilità nelle persone a cui questa donna si è rivolta.

Possiamo partire da un dato di fatto? Nel momento in cui ci sono delle vittime, qualcosa è mancato, giusto?

E sì, lì c’è stato un errore di valutazione del rischio da parte delle persone a cui si è rivolta, probabilmente non ha chiesto aiuto alle persone giuste e non l’ha fatto nel modo giusto. Nessuno vuole colpevolizzare lei, vittima. Il problema è che spesso queste donne sono, permettetemi il termine, ambigue. Sono combattute: da un lato hanno paura di morire, dall’altro non vogliono rovinare il lavoro o la carriera del marito. E quindi è difficile capire il messaggio che vogliono mandare.

 

Da profana, ascoltando questa storia, una cosa mi ha colpito molto: come è possibile che quell’uomo avesse superato pochissime settimane prima un test psicologico?

Perché in quel caso non c’è un problema psicologico. Quell’uomo era lucidissimo. A volte le persone pensano che per compiere atti così terribili, la gente debba essere pazza: ma è perché misuriamo che cose con il nostro giudizio e la nostra esperienza. Le persone che esercitano violenza non sono persone malate, sono persone violente. È diversa la cosa. Nelle statistiche le persone psichiatriche, difficilmente sono violente.

Questo è un equivoco in cui si cade: ci manca la cultura per capire.

Questa persona scientemente ha fatto tutto. Tutte le azioni che lui ha compiuto, mostrano una grande lucidità. Ha predisposto per i futuri funerali. Ma soprattutto, ha ferito deliberatamente la moglie ma non l’ha uccisa, perché potesse sopravvivere con il dolore di non avere più le figlie. Non può aver sbagliato tre colpi a distanza ravvicinata. Non è stato un atto di follia, ma premeditato. E la comunicazione ha una grande responsabilità, nel far passare questo messaggio. Non ha fatto questo perché si sono separati, ma si sono separati perché lui era violento. Lui si è ucciso perchè sapeva perfettamente le conseguenze di quello che aveva fatto. E’ come se avesse lasciato scritto alla moglie: tu non le avrai mai e vivrai per sempre con questo dolore.

 

Un soggetto violento può cambiare?

In questi anni se devo essere sincera non mi è mai successo di veder cambiare radicalmente un violento. È ovvio che subito dopo la denuncia sono tutti angeli. La violenza ha un ciclo: e le donne devono imparare a riconoscerlo.

Allora, in tutte le coppie si litiga: e per prima cosa bisogna distinguere la violenza dal conflitto. Il conflitto c’è in tutti i rapporti, ma è alla pari. Si è sullo stesso piano. Nella violenza c’è uno squilibrio. Nel momento in cui l’uomo non sa gestire il conflitto. Se non riesco a impormi su di te con le parole, lo faccio con i pugni.

C’è un innalzamento di tensione che una donna riconosce sempre. Dopo la violenza c’è la fase che si chiama luna di miele. Non si sente in colpa, ma chiede scusa, ma in realtà non è veramente pentito. Passa la luna di miele e si ricomincia. Questo ciclo ha una valenza ingravescente. La luna di miele è sempre più breve e la violenza è sempre più grave, fino ad arrivare ai femminicidi.

Quello che noi raccomandiamo alle donne, quando ancora non hanno deciso di andarsene, è che quando riconoscono il progromo della violenza, devono interrompere quell’azione. Devono uscire, scappare, nascondersi in una stanza. Devono mettersi in sicurezza. Bisogna individuare quindi una stanza dove potersi nascondere. Avere sempre il cellulare carico di batteria e di soldi. Avvertire almeno una persona di quello che si sta vivendo. E dargli una parola chiave che gli faccia capire che è in pericolo. Se c’è una situazione di pericolo immediato di vita bisogna rivolgersi alla forze dell’ordine: e bisogna dire che si è in pericolo di vita. Dovete dire: ho paura di morire.

 

La cosa importante è mettere le cose per iscritto, e renderli responsabili della propria situazione. Una volta che voi siete andate a fare la denuncia e a dire che si è in pericolo di vita, il Carabiniere ha l’obbligo di contattare il centro antiviolenza e mettervi in sicurezza nella casa di emrgenza che esiste in ogni regione. Dopo tre giorni si inizia un percorso tagliato su misura per ognuna.

 

Tante mamme sopportano l’insopportabile per non disgregare la famiglia. Ma qual è l’effetto sui figli? Come cresce un bambino che ha assistito per tutta l’infanzia alle violenze sulla mamma?

Le conseguenze sono gravissime. Parliamo di violenza assistita: il minore non è la vittima diretta. Ma è vittima lo stesso. Per prima cosa vede una situazione che nessuno (tantomeno un bambino) dovrebbe vedere, poi si sente responsabile e in colpa. C’è l’adultizzazione perché il bambino si sente in dovere di prendersi cura della mamma. Il bambino deve solo giocare e andare a scuola: non deve essere il difensore della sua mamma. Questo crea dei problemi psicologici gravissimi.

E quando si dice “Io non ho denunciato perché avevo paura che i servizi sociali mi portassero via i bambini”, puoi scriverle per esteso, è un’emerita CAZZATA. Sì perché la legge in realtà dice che se tu, mamma, permetti ai figli di crescere in un clima di violenza, senza fare nulla per allontanarli, allora sì che rischi che i bimbi ti vengano tolti. Se tu denuncia o ti allontani e dimostri di volerli proteggere, gli assistenti sociali non cercheranno mai di toglierti i bambini. Di solito le donne riescono a uscire dalla violenza quando capiscono che devono tutelare i figli. E questo succede quando i figli sono abbastanza grandi da mettersi in mezzo. Quando iniziano a difendere la propria madre: ed è terribile da dire ma i figli, in queste situazioni odieranno tanto il padre violento quanto la madre che non li ha portati via da quella situazione.

 

Sei mamma di due bimbe: come vorresti crescere le tue figlie per renderle abbastanza forti da sottrarle a situazioni di pericolo?

Quello che dico sempre a Giorgia (che ha 7 anni NDR) mentre Chiara è ancora piccola, è che l’Amore non deve far soffrire. L’amore deve far stare bene. Certo, ci può essere un litigio, però si fa sempre pace, ci si vuole bene, ci si sostiene, si condividono i successi. Questo è l’amore. Ovviamente io parlo ad una bimba di sette anni, ma quando sarà più grande le parlerò del rispetto per il proprio corpo, per se stessa.  Più cresce e più il dialogo si farà complesso. Non nascondere che non esiste una diversità tra uomini e donne. E chiudo con un aneddoto. Qualche giorno fa proprio Giorgia mi ha chiesto perché i bambini hanno il cognome del padre. Io ho spiegato che adesso la legge è cambiata, ma prima l’uomo era considerato più importante della donna. Lei stupita ha aggiunto: più importante??? Ma non sanno che senza le donne non sarebbero esistiti?

 

Avvocata Emanuela Marini

Diventata avvocato nel 2007 esperta di diritto di famiglia, dal 2009 si occupa di violenza di genere prima al cav di Macerata da 2018 nei cav di Ascoli Piceno e Fermo con l associazione "on the road" (che istituzionalmente si occupa della tratta e prostituzione).

 

 

Considerazioni mie

Ringrazio innanzitutto l’avvocata Marini, amica, meravigliosa professionista, mamma stupenda, per questa lunga conversazione. Lei ha detto, e io ho trascritto, alcune cose fondamentali. Donne non subite, imparate a riconoscere la violenza, proteggete i vostri figli. E come è stato già detto, non dimenticate che l’amore non deve far soffrire. Se vi fa male, è altro. E dovete allontanarvene.

Daniela, founder e Ceo del sito "C'era una mamma", marchigiana, copy freelance ed esperta di comunicazione, mamma di Tommaso e Matilde.

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La lunga notte di una mamma

La lunga notte da mamma ti aspetta al tramonto, quando gli occhi degli altri si chiudono e tu continui a vegliare un bimbo da calmare e coccolare. Quando le tue braccia continuano a sorreggerlo anche se la stanchezza è tanta e ti chiedi se ce la farai a passare un’altra notte così.

 

La lunga notte di una mamma è fatta di passaggi da una stanza all’altra con una testina appoggiata alla spalla, è fatta di biberon da scaldare o di seni che non smettono di fare male.

La lunga notte di una mamma è un mare di silenzio, rotto da solo da sospiri e a volte da pianti. E’ ballare con un bimbo in braccio sperando che la colica passi, è avere gli occhi lucidi perché se sta male lui stai male anche tu.

 

La lunga notte di una mamma è un vortice infinito di minuti, di secondi che passano lentissimi, di coperte rimboccate e di tazze di tisana. A volte ci sono le chiacchiere notturne, a volte si va a leggere la pagina della blogger preferita, per sapere come ha fatto a non dormire per anni e sopravvivere.

 

E nessuno sa davvero com’è la lunga notte di una mamma finchè non la vive sulla sua pelle. E pensi con rimpianto a tutte le ore in cui potevi dormire e non hai dormito, maledetta discoteca. E ti chiedi che ne sarà domani di te.

Ma il domani non arriva: è un presente infinito che si avvita su se stesso e chiude il suo cerchio sulla poltrona dove siete voi due, abbracciati e svegli. Oppure lui che dorme, e tu che smetti di respirare, per paura che ricomincia a piangere.

 

La lunga notte delle mamme a volte è lunga anni: e ci sono le coliche e i denti, e ci sono le influenze e i virus.

Poi piano piano ricomincerai a dormire. Ma non resisterai, e quando sono a letto e tu ancora giri per casa e loro sono a caccia di sogni nei loro lettini, ad andare a vedere se va tutto bene. A posare un bacio leggero sulla guancia profumata. Ad osservare le emozioni che si rincorrono dietro le palpebre chiuse. A sentirli chiamare mamma, perché magari nel sonno, insieme a loro, ci sei anche tu.

 

E ci sono cose che non cambiano, abitudini che si prendono da piccoli, quando cerchi una routine che possa aiutarli a vincere quel sonno immaturo che ti ha reso la vita difficile. E il bagnetto è uno di quelli. Mustela ha creato una linea per i piccoli piccoli, con l’amido di riso che è lenitivo e rinfrescante oppure il bagnetto multi-sensory.

 

 

E il profumo che resta sulla loro pelle, anche quando sono più grandi, anche se le notti sono tornate tue, ti riporta alla mente il loro essere neonati. E ti rendi conto, ancora una volta, che quel tempo è passato in un soffio.

 

Post in collaborazione con Mustela!

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La beauty routine delle neomamme (hahahaha)

Ve la ricordate la prima gravidanza? Le lunghe docce fatte in piena tranquillità, lo shopping in farmacia per scegliere le creme per combattere le smagliature, i capelli improvvisamente folti e bellissimi, la pelle del viso radiosa: insomma, ‘na pacchia.

Poi sono arrivati i figli (uno, due, millemila) e il tempo per noi si è leggermente ridotto. Ma leggermente eh.

Ed ecco come si è trasformata la beauty routine delle mamme.

1.LA DOCCIA

Uno dei momenti più affolati della giornata è quello della doccia, con varie combinazioni. Tu sola e figlio che dorme nell’ovetto davanti al vetro. Tu dentro con pargolo. Tu dentro con pargolo e secondo pargolo che urla per entrare. Tu dentro e due pargoli fuori che si complimentano perché sei tutta cicciottina. Shampoo e bagnoschiuma devono essere un tutt'uno, per poter essere passati in un’unica grande insaponata, mentre intanto fai la doccia scozzese perché fuori continuano ad aprire random il rubinetto dell’acqua. Calda, fred, azz caldissima, minchia, gelata…ah e il BALS…EH? Cos'era   quella roba bianca che ti mettevi in testa un po’ di tempo fa? Vabbè e chi ce l’ha il tempo di farlo fermare?

2. LA DEPILAZIONE

Dalla brasiliana alla Foresta amazzonica il passo è breve. Prima si saluta per sempre l’estetista, perché dove lo metti un figlio di pochi mesi mentre ti fai fare la ceretta? Poi addio crema, che ha un cattivo odore e a lui da fastidio…e quando comincia a camminare bye bye rasoio, che il pronto soccorso è dietro l’angolo. Insomma calze coprenti anche ad agosto: ma se ti chiedono spiegazioni di' sempre è LA CIRCOLAZIONE.  E poi vacanze in montagna e passa la paura.

3. IL TRUCCO

Le sette creme che ti mettevi prima diventano una: la prima che trovi sopra il lavandino, che può andare dalla crema cambio al gel del marito, che tanto è uguale. Una ditata di ombretto (sempre lo stesso, e mica hai tempo per intonarlo) una riga di matita, a volte tirata con un figlio in braccio. Siate gentili con le donne con la matita messa ad minchiam: non sapete che battaglia stiano combattendo. Rossetto? E no: sennò come ce lo sbaciucchiamo il figlio?

Dalla parte delle neonamme: Legerity di Screen Hair Care

Insomma: è una battaglia persa? No, basta trovare i prodotti giusti. Io ( che non sono più neo mamma ma continuo ad avere lo stesso tempo da dedicare a me di una che ha partorito ieri) ho provato la crema Legerity di Screen Hair Care e vi dico perché è il regalo perfetto (oltre ad una teglia di vincisgrassi) per la Neomamma che ha IL DIRITTO di pensare un attimo anche a seè.

-Legerity si mette in un nano secondo sui capelli di media lunghezza, in pochi secondi sui capelli più lunghi.

-NON VA RISCIACQUATA.

-Ha un profumo delizioso

-Nutre i capelli, li lascia morbidissimi e leggeri (non unti).

-Ne serve pochissima e la confezione dura a lungo

L’effetto che ha avuto sui miei capelli è stato sorprendente: e considerate che ultimamente ho anche partecipato ad un Holi color explosion…e quindi li ho maltrattati parecchio.

Se non vi fidate potete ricevere Legerity di Screen Hair Care a casa come campione: vi basterà per tre lavaggi e capirete bene di cosa sto parlando. E presto potrete trovarla dai vostri parrucchieri di fiducia!

Ecco il link dove potete richiederla: e buona beauty routine a tutte! ( no, dai scherzo hahahhah).

Post in collaborazione con Legerity di Screen Hair Care!

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Cuore a cuore e voce a voce

La maternità è una collana di parole, un giro di perle cangianti che iniziamo a infilare da quando scopriamo che dentro di noi c’è una vita che cresce.

La maternità ti cambia la voce, te la rende tenera e bassa, incrina le tue convinzioni e il tuo tono abituale. E così inizi a sussurrare, quando sei sola in una stanza, quando viaggi in macchina e immagini quelle parole viaggiare nell’aria fino ad un cuore che batte forte nel punto più nascosto di te.

 

La maternità cambia il senso stesso di quello che dici, quando la parola amore diventa improvvisamente un universo dai colori accesi e stranianti e la parola figlio si trasforma in un sole attorno a cui inizi a operare le tue rivoluzioni. Perché la maternità è questo: una rivoluzione di tutta la tua vita, mentre giri all’impazzata su te stessa e tutto diventa così diverso e pieno di senso.

 

Le parole della maternità un giorno diventano grida, inarticolate e ferine, fino a quando ci appoggiano un fagotto tra le braccia, fino a quando il piccolo sole non sorge finalmente fuori da noi.

E da quel momento non smetteremo più di parlare. Saranno parole curiose, tenere e morbide, saranno ninna nanne antiche, che le nostre mamme ascolteranno cantare con il cuore stretto di emozione, perché erano le stesse che hanno cantato a noi. Saranno risate ma a volte potranno essere parole incrinate di pianto, quando un figlio si ammala e noi soffriamo con lui.

 

A volte saranno parole stanche, insofferenti, a volte saranno tristi.  Ma nelle montagne russe della maternità basta il sorriso di un figlio per dimenticare ogni cosa.

E poi un giorno, dopo averci ascoltate in silenzio per mesi, dopo aver salito la scala di parole che abbiamo costruito un bacio dopo l’altro, un abbraccio dopo l’altro, dopo che gli abbiamo mostrato il mondo e raccontato quanto sia speciale, improvvisamente accade.

Il nostro piccolo dice mamma.

 

Tutto si ferma, per quello che per noi è uno straordinario miracolo. I suoi occhi lucenti ci guarderanno fissi e allegri e sarà unico. Alle nostre parole aggiungeremo anche le sue, in un valzer a più voci.

 La prima volta che ci chiamerà mamma è uno di quei quadri da appendere nella galleria delle emozioni, nella stanza dei ricordi della mente da dove non uscirà mai più. Insieme alla prima volta che ci ha guardati in viso, alla prima volta che ci ha stretto le braccia intorno al collo, al primo bagnetto.

 

E proprio dal primo bagnetto in poi, ancora una volta potremo contare su Mustela, amica fidata. Mentre il nostro piccolo inizia a crescere lo circonderemo di ogni cura, dal detergente da bagno allo shampoo delicato, fino alla crema da applicare una volta asciutto. Tutti i prodotti dedicati a lui devono essere sicuri come un abbraccio materno, senza Parabeni e Ftalati e Mustela lo sa.

 

Non smetteremo mai di parlare con lui, di cantare per lui, giocando e ridendo, mentre ce ne prendiamo cura nel migliore dei modi. Cuore a cuore e voce a voce.

 

(questo post è in collaborazione con Mustela!)

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Crescerai

 Quando ci siamo visti e riconosciuti per la prima volta, quando per un attimo tutto ha smesso di fare male, e intorno non c’erano più rumori, quando da sogno sei diventato un figlio reale, ho pensato che fosse tutto finito. Era stato un viaggio così lungo, crescerti dentro di me, iniziare a pensare a te e non più solo a me stessa, sentire l’emozione di tuo padre la sera quando appoggiava la guancia alla mia pancia per starti vicino. Era stato un viaggio lungo e tu eri la meta.

 

Pensavo questo. Poi ho capito che quello era solo l’inizio.

 

 

Perché da quando sei entrato nella mia vita ho dimenticato tante cose e ne ho imparate altre.

 

Mi sono scordata il significato di passare un’ora sotto la doccia da sola e in silenzio, perché non potevo lasciarti solo. Ma ho imparato, io che ho sempre pensato di essere un niente, che per te ero tutto. Che ogni mattina rinascevo nuova e perfetta davanti ai tuoi occhi spalancati: e non importava quanto ridicolo fosse il mio pigiama o quanto assurdi fossero i miei capelli.

 

 

Mi sono scordata per anni il significato di dormire un’intera notte di sonno. Ma l’alba, con te in braccio, con una manina minuscola appoggiata alla mia guancia, portava con sé un’emozione che si fa fatica a raccontare.

 

Mi sono dimenticata che significhi avere una casa sempre perfetta e vestiti sempre impeccabili, ma ho scoperto che nella vita puoi fare davvero tutto con un braccio solo, se l’altro tiene stretto un neonato. E ho scoperto di saper giocare, e invece pensavo di averlo dimenticato, e ho scoperto che i peluche ti proteggono dai brutti sogni e con il lego puoi ricostruire tutto il mondo.

 

 

Ho scordato che significa essere indifferenti, e non ho più saputo cosa fosse la noia. Perché ogni tuo gesto o parola mi facevano sussultare, ogni sorriso nuovo era un arcobaleno. La prima volta che mi hai stretto le braccia intorno al collo e ti sei appoggiato a me ho pianto.

 

 

Ho imparato che il tempo non scorre più come dovrebbe quando diventi mamma. Perché i primi mesi sono stati infiniti, pensavo non sarebbero passati mai. E poi ti ho messo a dormire una sera, che eri un bimbo dalle mani paffute, e ti ho ritrovato la mattina ragazzino, con le gambe lunghe da puledro e la testa piena di sogni.

 

 

Continui ad essere il centro il del mio mondo. Il mio amore grandissimo. Prima ti portavo in braccio, poi ho aiutato i tuoi primi passi. Ora cammini felice un passo avanti a me, anche se continui a girarti per vedere dove sono.

 

Io ti guardo e sorrido. Crescerai. Lo stai già facendo. Tra qualche anno il tuo lettino sarà vuoto e tu girerai il mondo: ma per adesso sei ancora qui con me, e posso continuare a darti il buongiorno con un bacio.

 

Come faccio dal primo istante in cui ci siamo visti.

 

Clicca sul link per vedere il video!

http://bit.ly/mammeoriginalmarines-ceraunamamma


 post in collaborazione con Original Marines!