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Se fa male, non è amore

Oggi, invece delle mimose vi regalo informazioni. Ho intervistato l'avvocata Emanuela Marini, che da anni si occupa di violenza di genere, e le ho tante cose. Questo è quello che mi ha risposto.

 

Iniziamo subito dalla cosa più importante: quando ci si trova in una situazione di difficoltà a chi bisogna rivolgersi?

Se ci si trova in una situazione di violenza domestica, bisogna chiamare il 1522, la rete nazionale dei centri antiviolenza, e in base alla territorialità saranno poi loro a dare i recapiti dei centri antiviolenza più vicini. I centri antiviolenza devono avere un numero di emergenza con reperibilità H24, e tramite i Centri locali si garantisce la consulenza legale e psicologica e sono gratuite.Questo è il primo passo. Una volta fatte le prime valutazioni, se  l’avvocata deve prendere il caso diventa, la donna maltrattata diventa una sua cliente, che paga la prestazione o ha il patrocinio a spese dello Stato. Il patrocinio è garantito a chi ha un reddito inferiore agli 11 mila euro, ma per le donne vittime di maltrattamenti, violenza sessuale, stalking, è sempre gratuito (per la procedura penale non  per la separazione che invece è un'altra cosa). Il centro antiviolenza nasce da convenzioni europee recepite in italia e ne esiste uno per ogni provincia.

 

Cos’è la violenza di genere?

Lo dice la parola stessa, la violenza del genere maschile sul genere femminile, esercitata per motivi culturali. Legata al fatto che storicamente la donna è considerata inferiore e sottomessa. Basti pensare che fino al 1975 esisteva la Patria Potestà che adesso per fortuna non esiste più (c’è la responsabilità genitoriale). Basti pensare che c’era il Pater familae, che era il padrone della famiglia, dei figli e della moglie. C’era lo Ius Corrigendi, il diritto del marito a picchiare la moglie se non si comportava secondo le sue idee. La moglie non aveva il diritto ad alienare beni senza la firma del marito. Non dimentichiamo che abbiamo dovuto attendere il 1997 per far sì che la violenza sessuale smettesse di essere offesa alla morale e diventasse offesa alla persona: è praticamente l’altro giorno, eppure sembra di parlare del Medioevo. Quindi la violenza di genere è nello specifico quello che matura da parte di un uomo contro una donna.

 

Negli ultimi tempi ci sono sempre più notizie di femminicidi: è una questione di percezione? Stanno aumentando i casi? Oppure le donne denunciano quello che prima non denunciavano?

Statisticamente non possiamo dire niente perché fino a pochi anni fa era tutto considerato normale. Era naturale che la donna sopportasse i maltrattamenti per tenere unita la famiglia. Se un uomo ti picchiava o ti tradiva, erano panni sporchi da lavare in famiglia.

In molti chiedono a che serve chiamare con un nuovo nome un reato per cui esisteva già la parola omicidio. In realtà usare il termine femminicidio, è importante perché ci dice chi ha ucciso chi, ci dice il rapporto tra entrambi (una donna uccisa in una rapina non è un femminicidio) e ci dice perché quella donna è morta. E’ morta perché era una donna, e perché era in relazione con l’assassino.

 

La legge italiana. Nel tempo sono state fatte delle leggi più specifiche sulla tutela della donna. Sono sufficienti? Sono ben applicate?

Le leggi ci sono: bisognerebbe saperle applicare. Bisogna preparare gli operatori affinchè sappiano come applicarle e come indirizzare le donne maltrattate.  Per arrivare a fare una denuncia, una donna deve essere pronta, deve essere preparata prima, non solo psicologimante ma anche nel concreto. La denuncia non è l’ultima cosa che fai: è l’inizio. Le donne non sono spesso pronte ad affrontare questo tipo di percorso. Per questo a volte denunciano, e poi tornano indietro, e poi magari effettuano un’altra denuncia, e poi la ritirano. Non c’è una cultura e una preparazione degli operatori.

 

Nel caso di Latina ad esempio, le persone con cui ha parlato, probabilmente non hanno saputo consigliare la mamma delle bimbe. Non si fa un percorso di uscita dalla violenza facendo la denuncia dai carabinieri, ma si fa un percorso sia di sostegno psicologico, sia di azioni concrete. Bisogna crearsi una rete di assistenti sociali, con il giudice, con i carabinieri. Con un avvocato competente. E queste persone tra di loro DEVONO PARLARE. Il centro antiviolenza deve essere capace di coordinare e proteggere. Non sempre è facile, il lavoro è tanto, ma è necessario che tutti sappiano la situazione di una donna che si sente in pericolo.

 

Facciamo un passo indietro. Una donna vittima di violenza non vede mai il pericolo. Pensa di saperlo gestire. E’ abituata ad un certo livello di violenza. Soprattutto nei primi colloqui difficilmente si sente in pericolo. Quindi nel momento in cui una donna vittima di violenza viene da te e ti dice “Mi sento in pericolo” significa che la situazione sta già diventando gravissima e sta precipitando. L’operatore che parla con quella donna deve essere in grado di fare una valutazione del rischio, che non si fa con una chiacchierata, ma con dei test specifici. Ed è necessario raccogliere quante più dichiarazioni possibile, perché poi tutto starà nelle mani di un giudice che decide l’allontanamento o l’arresto. Ma se al giudice si porta solo l’ultimo episodio, staccato da tutto il resto, il Giudice archivia, o considera lesioni piuttosto che maltrattamenti. Purtroppo le donne vittime di maltrattamenti si rivolgono ai Carabinieri solo quando si sentono in pericolo, ma raccontano l’ultimo episodio e non tutto quello che è statao vissuto precedentemente.

 

Le persone spesso non capiscono che la verità processuale è diversa dalla verità storica, e nella verità processuale non contano tutti i fatti, ma solo quelli denunciati.

 

Quali sono i campanelli d’allarme che devono suonare?

Non sono facili da individuare, perché spesso sono confusi con le attenzioni che si hanno all’inizio di un rapporto. Parliamo ad esempio di gelosia, richiesta di controllo. All’inizio, quando magari non conosci una persona, non sai se è innamorata di te, sentirti dire “Sono geloso, non voglio che esci con x” potrebbe essere scambiata come una dimostrazione d’amore. Sentirsi dire “Questo non lo devi fare” è un primo campanello d’allarme. Eccessiva gelosia, controllo negli spostamenti, nell’abbigliamento, l’isolamento sociale.

La violenza psicologica, che è più subdola, è quella dell’insulto e della denigrazione. Una donna si sente costantemente sminuita e poco considerata. Non si è considerata come essere umano. Una donna che si sente dire questo per venti anni, alla fine ci crede. Spesso le donne pensano di non essere davvero in grado di fare determinate cose.

 

Aggiungo che noi (purtroppo o per fortuna, i punti di vista possono essere molteplici) siamo quelle versate alla cura dell’altro e questo ci porta a curare chi ha bisogno di noi. Un uomo debole (perché il violento è un debole che non sa gestire le proprie emozioni) è quello che ci fa scattare l’indole da crocerossina.

Con il mio amore, io lo cambierò, lo salverò. E siamo bravissime a trovare gisutificazioni.

 

Una cosa che le donne spesso non riconoscono è la violenza economica. Mentre prima c’era l’uomo che lavorava e l’uomo aveva il controllo economico della situazione, adesso sono sempre di più i casi in cui l’uomo non lavora, lavora solo la donna, ma lui ha lo stesso il controllo totale e assoluto della situazione economica.

Le donne fanno fatica anche a riconoscere la violenza sessuale all’interno della coppia. Pretendere un rapporto e sottostare ad un rapporto non voluto è violenza sessuale. Eppure non lo so riconosce.

Infine tutte queste forme di violenza non solo non sono riconosciute come eventi di violenza, ma soprattutto non sono riconosciuti come reati.

 Un'ulteriore importante informazione: in nessun caso può essere proposta alla coppia la mediazione. Mai, mai: essa è vietata dalla Convenzione di Instambul.

In un caso come quello di Latina, che può essere successo?

Iniziamo dal dire che spesso i mezzi di comunicazione che non danno informazioni complete, e quindi è difficile farsi un’idea di come possono essere andate davvero le cose. Dare un giudizio da quello che si sente dal telegionarle è difficile. La certezza è che è mancata una sensibilità nelle persone a cui questa donna si è rivolta.

Possiamo partire da un dato di fatto? Nel momento in cui ci sono delle vittime, qualcosa è mancato, giusto?

E sì, lì c’è stato un errore di valutazione del rischio da parte delle persone a cui si è rivolta, probabilmente non ha chiesto aiuto alle persone giuste e non l’ha fatto nel modo giusto. Nessuno vuole colpevolizzare lei, vittima. Il problema è che spesso queste donne sono, permettetemi il termine, ambigue. Sono combattute: da un lato hanno paura di morire, dall’altro non vogliono rovinare il lavoro o la carriera del marito. E quindi è difficile capire il messaggio che vogliono mandare.

 

Da profana, ascoltando questa storia, una cosa mi ha colpito molto: come è possibile che quell’uomo avesse superato pochissime settimane prima un test psicologico?

Perché in quel caso non c’è un problema psicologico. Quell’uomo era lucidissimo. A volte le persone pensano che per compiere atti così terribili, la gente debba essere pazza: ma è perché misuriamo che cose con il nostro giudizio e la nostra esperienza. Le persone che esercitano violenza non sono persone malate, sono persone violente. È diversa la cosa. Nelle statistiche le persone psichiatriche, difficilmente sono violente.

Questo è un equivoco in cui si cade: ci manca la cultura per capire.

Questa persona scientemente ha fatto tutto. Tutte le azioni che lui ha compiuto, mostrano una grande lucidità. Ha predisposto per i futuri funerali. Ma soprattutto, ha ferito deliberatamente la moglie ma non l’ha uccisa, perché potesse sopravvivere con il dolore di non avere più le figlie. Non può aver sbagliato tre colpi a distanza ravvicinata. Non è stato un atto di follia, ma premeditato. E la comunicazione ha una grande responsabilità, nel far passare questo messaggio. Non ha fatto questo perché si sono separati, ma si sono separati perché lui era violento. Lui si è ucciso perchè sapeva perfettamente le conseguenze di quello che aveva fatto. E’ come se avesse lasciato scritto alla moglie: tu non le avrai mai e vivrai per sempre con questo dolore.

 

Un soggetto violento può cambiare?

In questi anni se devo essere sincera non mi è mai successo di veder cambiare radicalmente un violento. È ovvio che subito dopo la denuncia sono tutti angeli. La violenza ha un ciclo: e le donne devono imparare a riconoscerlo.

Allora, in tutte le coppie si litiga: e per prima cosa bisogna distinguere la violenza dal conflitto. Il conflitto c’è in tutti i rapporti, ma è alla pari. Si è sullo stesso piano. Nella violenza c’è uno squilibrio. Nel momento in cui l’uomo non sa gestire il conflitto. Se non riesco a impormi su di te con le parole, lo faccio con i pugni.

C’è un innalzamento di tensione che una donna riconosce sempre. Dopo la violenza c’è la fase che si chiama luna di miele. Non si sente in colpa, ma chiede scusa, ma in realtà non è veramente pentito. Passa la luna di miele e si ricomincia. Questo ciclo ha una valenza ingravescente. La luna di miele è sempre più breve e la violenza è sempre più grave, fino ad arrivare ai femminicidi.

Quello che noi raccomandiamo alle donne, quando ancora non hanno deciso di andarsene, è che quando riconoscono il progromo della violenza, devono interrompere quell’azione. Devono uscire, scappare, nascondersi in una stanza. Devono mettersi in sicurezza. Bisogna individuare quindi una stanza dove potersi nascondere. Avere sempre il cellulare carico di batteria e di soldi. Avvertire almeno una persona di quello che si sta vivendo. E dargli una parola chiave che gli faccia capire che è in pericolo. Se c’è una situazione di pericolo immediato di vita bisogna rivolgersi alla forze dell’ordine: e bisogna dire che si è in pericolo di vita. Dovete dire: ho paura di morire.

 

La cosa importante è mettere le cose per iscritto, e renderli responsabili della propria situazione. Una volta che voi siete andate a fare la denuncia e a dire che si è in pericolo di vita, il Carabiniere ha l’obbligo di contattare il centro antiviolenza e mettervi in sicurezza nella casa di emrgenza che esiste in ogni regione. Dopo tre giorni si inizia un percorso tagliato su misura per ognuna.

 

Tante mamme sopportano l’insopportabile per non disgregare la famiglia. Ma qual è l’effetto sui figli? Come cresce un bambino che ha assistito per tutta l’infanzia alle violenze sulla mamma?

Le conseguenze sono gravissime. Parliamo di violenza assistita: il minore non è la vittima diretta. Ma è vittima lo stesso. Per prima cosa vede una situazione che nessuno (tantomeno un bambino) dovrebbe vedere, poi si sente responsabile e in colpa. C’è l’adultizzazione perché il bambino si sente in dovere di prendersi cura della mamma. Il bambino deve solo giocare e andare a scuola: non deve essere il difensore della sua mamma. Questo crea dei problemi psicologici gravissimi.

E quando si dice “Io non ho denunciato perché avevo paura che i servizi sociali mi portassero via i bambini”, puoi scriverle per esteso, è un’emerita CAZZATA. Sì perché la legge in realtà dice che se tu, mamma, permetti ai figli di crescere in un clima di violenza, senza fare nulla per allontanarli, allora sì che rischi che i bimbi ti vengano tolti. Se tu denuncia o ti allontani e dimostri di volerli proteggere, gli assistenti sociali non cercheranno mai di toglierti i bambini. Di solito le donne riescono a uscire dalla violenza quando capiscono che devono tutelare i figli. E questo succede quando i figli sono abbastanza grandi da mettersi in mezzo. Quando iniziano a difendere la propria madre: ed è terribile da dire ma i figli, in queste situazioni odieranno tanto il padre violento quanto la madre che non li ha portati via da quella situazione.

 

Sei mamma di due bimbe: come vorresti crescere le tue figlie per renderle abbastanza forti da sottrarle a situazioni di pericolo?

Quello che dico sempre a Giorgia (che ha 7 anni NDR) mentre Chiara è ancora piccola, è che l’Amore non deve far soffrire. L’amore deve far stare bene. Certo, ci può essere un litigio, però si fa sempre pace, ci si vuole bene, ci si sostiene, si condividono i successi. Questo è l’amore. Ovviamente io parlo ad una bimba di sette anni, ma quando sarà più grande le parlerò del rispetto per il proprio corpo, per se stessa.  Più cresce e più il dialogo si farà complesso. Non nascondere che non esiste una diversità tra uomini e donne. E chiudo con un aneddoto. Qualche giorno fa proprio Giorgia mi ha chiesto perché i bambini hanno il cognome del padre. Io ho spiegato che adesso la legge è cambiata, ma prima l’uomo era considerato più importante della donna. Lei stupita ha aggiunto: più importante??? Ma non sanno che senza le donne non sarebbero esistiti?

 

Avvocata Emanuela Marini

Diventata avvocato nel 2007 esperta di diritto di famiglia, dal 2009 si occupa di violenza di genere prima al cav di Macerata da 2018 nei cav di Ascoli Piceno e Fermo con l associazione "on the road" (che istituzionalmente si occupa della tratta e prostituzione).

 

 

Considerazioni mie

Ringrazio innanzitutto l’avvocata Marini, amica, meravigliosa professionista, mamma stupenda, per questa lunga conversazione. Lei ha detto, e io ho trascritto, alcune cose fondamentali. Donne non subite, imparate a riconoscere la violenza, proteggete i vostri figli. E come è stato già detto, non dimenticate che l’amore non deve far soffrire. Se vi fa male, è altro. E dovete allontanarvene.

Daniela, founder e Ceo del sito "C'era una mamma", marchigiana, copy freelance ed esperta di comunicazione, mamma di Tommaso e Matilde.

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Cuore a cuore e voce a voce

La maternità è una collana di parole, un giro di perle cangianti che iniziamo a infilare da quando scopriamo che dentro di noi c’è una vita che cresce.

La maternità ti cambia la voce, te la rende tenera e bassa, incrina le tue convinzioni e il tuo tono abituale. E così inizi a sussurrare, quando sei sola in una stanza, quando viaggi in macchina e immagini quelle parole viaggiare nell’aria fino ad un cuore che batte forte nel punto più nascosto di te.

 

La maternità cambia il senso stesso di quello che dici, quando la parola amore diventa improvvisamente un universo dai colori accesi e stranianti e la parola figlio si trasforma in un sole attorno a cui inizi a operare le tue rivoluzioni. Perché la maternità è questo: una rivoluzione di tutta la tua vita, mentre giri all’impazzata su te stessa e tutto diventa così diverso e pieno di senso.

 

Le parole della maternità un giorno diventano grida, inarticolate e ferine, fino a quando ci appoggiano un fagotto tra le braccia, fino a quando il piccolo sole non sorge finalmente fuori da noi.

E da quel momento non smetteremo più di parlare. Saranno parole curiose, tenere e morbide, saranno ninna nanne antiche, che le nostre mamme ascolteranno cantare con il cuore stretto di emozione, perché erano le stesse che hanno cantato a noi. Saranno risate ma a volte potranno essere parole incrinate di pianto, quando un figlio si ammala e noi soffriamo con lui.

 

A volte saranno parole stanche, insofferenti, a volte saranno tristi.  Ma nelle montagne russe della maternità basta il sorriso di un figlio per dimenticare ogni cosa.

E poi un giorno, dopo averci ascoltate in silenzio per mesi, dopo aver salito la scala di parole che abbiamo costruito un bacio dopo l’altro, un abbraccio dopo l’altro, dopo che gli abbiamo mostrato il mondo e raccontato quanto sia speciale, improvvisamente accade.

Il nostro piccolo dice mamma.

 

Tutto si ferma, per quello che per noi è uno straordinario miracolo. I suoi occhi lucenti ci guarderanno fissi e allegri e sarà unico. Alle nostre parole aggiungeremo anche le sue, in un valzer a più voci.

 La prima volta che ci chiamerà mamma è uno di quei quadri da appendere nella galleria delle emozioni, nella stanza dei ricordi della mente da dove non uscirà mai più. Insieme alla prima volta che ci ha guardati in viso, alla prima volta che ci ha stretto le braccia intorno al collo, al primo bagnetto.

 

E proprio dal primo bagnetto in poi, ancora una volta potremo contare su Mustela, amica fidata. Mentre il nostro piccolo inizia a crescere lo circonderemo di ogni cura, dal detergente da bagno allo shampoo delicato, fino alla crema da applicare una volta asciutto. Tutti i prodotti dedicati a lui devono essere sicuri come un abbraccio materno, senza Parabeni e Ftalati e Mustela lo sa.

 

Non smetteremo mai di parlare con lui, di cantare per lui, giocando e ridendo, mentre ce ne prendiamo cura nel migliore dei modi. Cuore a cuore e voce a voce.

 

(questo post è in collaborazione con Mustela!)

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Crescerai

 Quando ci siamo visti e riconosciuti per la prima volta, quando per un attimo tutto ha smesso di fare male, e intorno non c’erano più rumori, quando da sogno sei diventato un figlio reale, ho pensato che fosse tutto finito. Era stato un viaggio così lungo, crescerti dentro di me, iniziare a pensare a te e non più solo a me stessa, sentire l’emozione di tuo padre la sera quando appoggiava la guancia alla mia pancia per starti vicino. Era stato un viaggio lungo e tu eri la meta.

 

Pensavo questo. Poi ho capito che quello era solo l’inizio.

 

 

Perché da quando sei entrato nella mia vita ho dimenticato tante cose e ne ho imparate altre.

 

Mi sono scordata il significato di passare un’ora sotto la doccia da sola e in silenzio, perché non potevo lasciarti solo. Ma ho imparato, io che ho sempre pensato di essere un niente, che per te ero tutto. Che ogni mattina rinascevo nuova e perfetta davanti ai tuoi occhi spalancati: e non importava quanto ridicolo fosse il mio pigiama o quanto assurdi fossero i miei capelli.

 

 

Mi sono scordata per anni il significato di dormire un’intera notte di sonno. Ma l’alba, con te in braccio, con una manina minuscola appoggiata alla mia guancia, portava con sé un’emozione che si fa fatica a raccontare.

 

Mi sono dimenticata che significhi avere una casa sempre perfetta e vestiti sempre impeccabili, ma ho scoperto che nella vita puoi fare davvero tutto con un braccio solo, se l’altro tiene stretto un neonato. E ho scoperto di saper giocare, e invece pensavo di averlo dimenticato, e ho scoperto che i peluche ti proteggono dai brutti sogni e con il lego puoi ricostruire tutto il mondo.

 

 

Ho scordato che significa essere indifferenti, e non ho più saputo cosa fosse la noia. Perché ogni tuo gesto o parola mi facevano sussultare, ogni sorriso nuovo era un arcobaleno. La prima volta che mi hai stretto le braccia intorno al collo e ti sei appoggiato a me ho pianto.

 

 

Ho imparato che il tempo non scorre più come dovrebbe quando diventi mamma. Perché i primi mesi sono stati infiniti, pensavo non sarebbero passati mai. E poi ti ho messo a dormire una sera, che eri un bimbo dalle mani paffute, e ti ho ritrovato la mattina ragazzino, con le gambe lunghe da puledro e la testa piena di sogni.

 

 

Continui ad essere il centro il del mio mondo. Il mio amore grandissimo. Prima ti portavo in braccio, poi ho aiutato i tuoi primi passi. Ora cammini felice un passo avanti a me, anche se continui a girarti per vedere dove sono.

 

Io ti guardo e sorrido. Crescerai. Lo stai già facendo. Tra qualche anno il tuo lettino sarà vuoto e tu girerai il mondo: ma per adesso sei ancora qui con me, e posso continuare a darti il buongiorno con un bacio.

 

Come faccio dal primo istante in cui ci siamo visti.

 

Clicca sul link per vedere il video!

http://bit.ly/mammeoriginalmarines-ceraunamamma


 post in collaborazione con Original Marines!

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Frida mi ha detto

Quando sono entrata al Mudec per visitare la mostra su Frida Kahlo, pensavo che avrei, come sempre, gustato opere e scoperto nozioni e informazioni che non conoscevo. Quello che non immaginavo era di trovare lo spirito di Frida nascosto dietro ogni opera, dietro ogni parola, dietro ogni immagine trasmessa. Non immaginavo che avrei pianto al buio, con lei seduta lì accanto, non immaginavo che sarei rimasta per minuti interi ipnotizzata dai suoi occhi, pieni e vuoti al tempo stesso, nella cornice coloratissima dei suoi abiti tradizionali.

 

Frida mi ha detto che il dolore

Può avere vastità che il mare, in confronto, è una pozzanghera. Io che il dolore lo conosco, che so che significa essere tagliuzzata troppe volte ma ancora non ho il coraggio di guardare le mie cicatrici ho guardato le sue. La colonna frantumata, la gamba andata a male, il ventre infecondo, non nascosto ma esposto per essere elaborato, forse per essere accettato, e alla fine un corpo abbandonato con sollievo. Lei che la sua gabbia se la portava dietro ogni giorno, nei terribili corsetti d’acciaio che dovevano tenere insieme i pezzi di cristallo del suo povero fisico straziato, e la copriva con i colori straordinari degli abiti tradizionali.

Frida mi ha detto che l’amore

E’ come un incidente, forse più pericoloso di quello che ha cambiato la sua vita a diciotto anni, quando rimase in mezzo allo scontro tra un autobus e un tram. E da fuori è faticoso capire come lei così fragile, eterea, inconsistente come il fumo della sigaretta che teneva sempre in mano, potesse amare quella montagna di arte e desideri che era Diego Rivera. Un amore tradito infinite volte, mostrato nel filmino originale che viene trasmesso durante la mostra. Pochi attimi in cui Diego coglie dei fiori che lei con grazia aggiunge alla sua acconciatura: e poi lo bacia perdutamente. “Siamo il mostro e la bambini, brucia questa mia carne senza di te” canta Brunori Sas in sottofondo, mentre osservo e cerco di cogliere particolari e quando lei bacia la mano che lui gli porge capisco quanto amore ci fosse nel cuore martoriato di questa donna immensa. Io ti amo più di me.

Frida mi ha detto che la morte

E’ entrata piano piano nella stanza d’ospedale in cui i medici cercavano di ricucire quello che restava del suo corpo, ed è rimasta accanto a lei per altri 29 anni. Una morte che la osservava discreta e silenziosa come una signora in visita troppo incantata da quello che vedeva per andarsene, ma che a volte sentiva il bisogno di ricordarle la sua presenza, prendendo il figli che tentavano di crescere nel suo ventre, portando via i genitori, e strappandole brani di corpo. Frida mi ha detto che invidiava la morte libera di andare e venire per il mondo, mentre lei era una farfalla bellissima e colorata inchiodata al muro.

 

 

“Mi auguro che l’uscita sia allegra e mi auguro di non tornare mai più.” Ecco il suo epitaffio.

In realtà non se ne andrà mai, e anche io, sconosciuta che oltre sessant’anni dopo ho potuto ricevere il dono di osservare le sue opere, ho pensato per un attimo che fosse davvero lì, accanto a me, con la sigaretta accesa tra le dita, quello sguardo che diceva tutto, a occhieggiare se per caso, dietro la colonna, ci fosse Diego con i fiori che gli aveva chiesto di cogliere.

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Neonato in casa: perchè Jumanji, al confronto, è una passeggiata

 Quando prendiamo nostro figlio in braccio per la prima volta e le infermiere si occupano di noi, le ostetriche sono lì a farci vedere come bisogna fare ogni cosa e siamo circondate di parenti piangenti e in adorazione del pargolo nuovo di zecca, c’è un attimo, solo un attimo, in cui pensiamo che il peggio sia passato.

Piano piano ci riprendiamo dai dolori, nostro figlio è un amore, i vestitini che abbiamo scelto per lui sono deliziosi. Non dobbiamo cucinare (dai il vitto non è da 5 stelle, ma tra una brioche e un panino al prosciutto si può sopravvivere), e possiamo stare in pigiama tutto il giorno, senza che nessuno ci debba criticare. Ad una certa ora, le infermiere cacciano tutti e possiamo riposare. Poi, improvvisamente, l’idillio finisce: l’ospedale dice che siamo guarite e si può uscire.

E ADESSO?

Nostro figlio: da Cicciobello a Hulk nel tempo di tornare a casa

L’adorabile frugolo che dormiva tante ore filate nella culletta dell’ospedale adesso è un energumeno (dolcissimo eh) che riesce a stare sveglio una quantità di ore incredibili, e che se dorme lo fa solo attaccato al seno. Il suo pancino ha iniziato a lavorare per davvero e quei due pannolini al giorno diventano 10. Nel frattempo l’olfatto che avevate perso durante la gravidanza decide improvvisamente di tornate, e scoprite perché vostro marito diventa verde ogni volta che cambia il pargolo. Ma soprattutto quel maledetto cordone ombelicale, che le ostetriche medicavano in un nano secondo, diventa il nemico numero: MA QUANDO CASCHI??

 

I parenti: l’invasione degli Unni

Come i popoli dell’Est Europa scelsero il momento in cui l’Impero Romano era più debole per attaccarlo da ogni lato, i parenti arrivano dagli angoli più remoti d’Italia a conoscere vostro figlio proprio adesso che sei uno straccio. C’è chi chiama prima, ma la maggior parte si presentano alle ore più assurde dicendo “SORPRESAAAA” mentre tu cercavi magari di fare una doccia perché per la prima volta in tre giorni l’erede dorme per qualche ora di fila. Oh, ce ne fosse uno che arriva con una teglia di lasagne: si presentano con bodini ormai troppo piccoli (e chi se lo immaginava che partorivi sto gigante) con pretese dell’altro mondo (ci fermiamo a cena così ti facciamo compagnia) e invariabilmente malati (sì ho avuto l’ebola, ma sai era così tanta la voglia di vedere tuo figlio)…E tu rimpiangi tantissimo l’infermiera che con la simpatia di Ibraimovich e la grazia di Castrogiovanni ad una certa ora cacciava tutti. Chissà se fa pure servizio a domicilio?

 

La casa: io speriamo che me la cavo

Alla fine della gravidanza il desiderio di avere un nido perfetto in cui accogliere il figlio tanto atteso ci ha portati ad arredare, pulire e decorare come non ci fosse un domani. Uscite dall’ospedale, quando sembra impossibile anche solo andare a fare pipì, la casa diventa una specie di barca alla deriva. Le più fortunate possono contare magari su madri, sorelle o suocere, che spaventate che l’affettato lasciato in frigo un mese possa riprodursi e uscire ad attaccare il bambino, magari passano per dare una mano. Alle altre non resta che picchiare il marito con la scopa per spingerlo a fare qualcosa o pregare che i servizi sociali abbiano troppo da fare per venire a dare un occhio dentro casa.

 

La cura di tuo figlio: qui non si scherza

Possiamo essere approssimative e tirare a campare su tutto ma non su nostro figlio. E così ringraziate la zia di terzo grado per avervi portato l’olio per la pelle fatta dalle suore di clausura con una pianta che hanno solo loro (che poi userete per lucidare i mobili), bandite gli assurdi bagnoschiuma di cui vi hanno sommerso che non usereste manco per lavare la macchina (figurati un neonato) e virate dirette su quello che conoscete: e quindi Mustela tutta la vita. La stessa Mustela che usavatei in gravidanza, la stessa Mustela con cui vostra mamma si prendeva cura di voi quando eravate piccole. E sembra quasi un passaggio di consegne.

Gli indispensabili?

- Le salviettine per il cambio (soprattutto quando sei in giro, perché a casa, finchè puoi, usa solo l’acqua!

-Il bagno doccia per il bagnetto che rispetta la sua pelle

-Lo shampoo più adattao alla sua testina delicata.

-La crema per il massaggio: uno dei momenti più belli da condividere tra mamma e bimbo.

 

Comunque, care mamme, vi do una notizia: si sopravvive.

E passa tutto velocemente. No, non vi mancherà la stanchezza, il dolore, o il baby blues: vi mancheranno quelle manine minuscole, quel profumo, quel tenerlo cuore a cuore. E quindi godetevi ogni istante: anche quelli complicati!