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Scusa se insisto: per salvare la vita ai bimbi dimenticati

 

Assonidi, associazione scuole per l'infanzia, lancia una iniziativa semplicissima ma che può salvare la vita dei bambini dimenticati in auto: si chiama "Scusa se insisto!"

Nei fatti di cronaca avvenuti di recente, è come se se una parte della memoria venga cancellata: e così il piccolo che dorme in auto scompare. Ci si concentra sugli impegni di lavoro e la mente lo perde del tutto di vista.

L’associazione Assonidi quindi invita tutte le strutture lombarde ad aderire al progetto con semplici procedure in grado di evitare situazioni di rischio per i bambini e per i loro genitori. I nidi che partecipano al progetto hanno un attestato e s'impegnano a chiamare i genitori dei piccoli che non si sono presentati e non hanno avvertito, insistendo fino a quando non riescono a parlarci, per sapere dove dove si trova il bambino.

Da qui il nome "Scusa se insisto": ma in questo caso l'insistenza è forse quella che potrebbe salvare la vita di un bimbo. E sarebbe bello che questa iniziativa fosse adottata in tutta Italia!

 

 

Daniela, founder e Ceo del sito "C'era una mamma", marchigiana, copy freelance ed esperta di comunicazione, mamma di Tommaso e Matilde.

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L'arte accessibile: valore per tutti!

Ricordo che qualche anno fa si parlò molto di una dichiarazione dell'artista Jake Chapman, che in breve suonava così: “I bambini ai musei? Per carità! I genitori che ci portano i figli sono degli arroganti se pensano che possano capirci qualcosa di arte, e inoltre disturbano tutti gli altri”.

Bene: era il 2014 e ed eravamo reduci da una visita a Firenze con Tommaso (4 anni e mezzo) e Matilde ( 2 anni). E non solo non avevamo assassinato la visita ai musei di nessun altro, ma i piccoli avevano passeggiato per 4 ore negli Uffizi cedendo alla fine solo alla fame.

E ovviamente non era la prima volta che avevano a che fare con l’arte. Avranno capito quello che hanno visto? Hanno fatto domande, come tante ne fanno adesso che sono più grandi, e il nostro livello di conoscenza non è quello di un critico d’arte. Ma Tommaso e Matilde sono felici: felici di scoprire il mondo dell’arte insieme a noi, felici di conoscere la storia di un’opera, di scoprire come è stata realizzata. E a 8 e 6 anni, questo è quello che conta.

 

Musei come luoghi esperienziali per bambini

Per fortuna non tutti la pensano come certi paladini dell’arte per pochi, e anzi secondo gli esperti è solo abituando i bambini a frequentare i musei che sviluppiamo ulteriormente le loro capacità cognitive e di apprendimento.

E i Musei stessi sono sempre più attrezzati per coinvolgere i bambini con laboratori esperienziali, che li arricchiscono e li divertono.

 

Non solo: credo che tutta la famiglia abbia bisogno (il più spesso possibile) di fare un’immersione alla scoperta delle bellezze chhe l’arte ci offre, e per questo chiunque s’impegna affinchè l’arte sia inclusione e non elite ha il mio pieno placet.

 

E devo dire che è stato un grande onore essere invitata a partecipare all’incontro organizzato da Generali Italia e Arthemisia che hanno fatto il punto della situazione insieme ai partner rispetto al  progetto #ValoreCultura, che s’impegna a fare rete tra grandi realtà nazionali per permettere a tutti, ma proprio a tutti, di avere accesso a mostre e spettacoli. E bisogna dire che al momento ci stanno riuscendo, visti i numeri: oltre 15 mila spettatori nei Teatri, 1.200.000 visitatori nelle mostre.

 

 Incontro con Generali e Arthemisia

E così dopo lo Speech introduttivo Lucia Sciacca delle Generali la parola è passata a Renato Agalliu che è stato il conduttore della serata, e che ha interpellato i diversi ospiti, a partire da Giancarlo Fancel, Presidente di Geneagricola che ha parlato del vero significato e valore della sostenibilità. A seguire la parola è passata a Rosanna Purchia (S. Carlo di Napoli) e le sue parole mi hanno davvero colpito: i progetti si realizzano con il credo e con l’amore…e c’è da dire che se partner di questo livello ci credono, sembra davvero difficile non riuscirci. Dopo la sovraintendente Purchia è stata la volta di Iole Siena di  Arthemia e la parola d’ordine è stata accessibilità accessibilità. Torniamo quindi al concetto iniziale: rendere l’arte di tutti e per tutti. Per  Andrea Erri (Teatro La Fenice) è necessario introdurre il concetto di innovazione, soprattutto di target, e non lasciare nessuno fuori dal circuiti teatrali. Gli ultimi ospiti, cioè Luca Berta e Francesca Giubilei di (Design.Ve) hanno sottolineato ancor una volta come fare rete è basilare, Sergio Gaddi di Arthemisia ha parlato della mostra “Generali Ti racconta la grande arte – Catania” e infine l’artista Fabio Ferrone Viola ha presentato la sua ultima mostra “Make art, not war”.

 

E credo che questa frase sia la migliore che si possa dire ad un bambino, per farlo crescere con la mente e il cuore aperti, pronti ad accendersi per la bellezza dell’arte intorno a lui.

 

Generali Italia

Fondata a Trieste nel 1831 il gruppo è cresciuto fino a diventare una delle principali compagnie assicurative europee, mantenendo lo spirito internazionale che l’ha caratterizzato fino dalla nascita.

 

Arthemisia

Azienda leader nella produzione, organizzazione e allestimento di mostre d’arte a livello nazionale, Arthemisia vanta di uno strutturato e fortemente integrato team di esperti garantendo un’esperienza straordinaria, un alto livello di affidabilità e il massimo coinvolgimento.

 

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Uomo disconosce il figlio quando scopre che non è suo

La notizia di cronaca riportata dal Carlino è molto sintetica. Un operaio di Pesaro riceve un messaggio su Fb da un conoscente che gli dice "Tuo figlio non ti assomiglia affatto". Folgorato da questo l'uomo chiede un test del DNA. La moglie si rifiuta, ma lui lo fa fare lo stesso al bambino: che effettivamente non è suo figlio. In pochissimo tempo chiede il disconoscimento e se ne va di casa. Il tizio che aveva fatto l'allusione, vero padre del bambino, chiede il riconoscimento.

Fine.

Non c'è fine al peggio

C'è una donna che non ha il coraggio (magari non ne era sicura) di prendersi le sue responsabilità. Il netto rifiuto di fare il test del DNA lascia sicuramente il dubbio che sapesse fin dall'inizio che il piccolo non era del marito. Avrebbe potuto parlare, invece di lasciar fare alla scienza.

C'è un uomo che ha cresciuto un figlio, per anni lo ha visto ogni giorno, lo avrà abbracciato, ci avrà giocato, magari si sarà anche commosso a sentirne le prime parole, e che appena scopre che non è suo lo butta via come una scarpa vecchia. A me questo fa profondamente rabbrividire: significa che esistono esseri per i quali l'amore non conta nulla, conta solo il sangue. Volere per vendetta contro la donna che ti ha fatto del male, togliere il tuo nome ad un bambino, secondo me è un gesto profondamente basso e triste.

C'è infine il terzo vertice del triangolo, l'uomo che spinto dal desiderio (almeno questo lodevole) di crescere il figlio che ha messo al mondo cerca in ogni modo di cacciare il legittimo consorte.

Menzione d'onore all'avvocatessa che dice che i social rovinano il mondo. A parte la ridicola pretestuosità di pensare che un uomo si svegli dall'oggi al domani per una frase sentita su Facebook e decida di scoprire se il figlio è suo o meno, mentre sicuramente ha preso la palla al balzo per verificare un sospetto che doveva avere già da tempo.  E poi, cara avvocatessa, con tre persone così stai serena che Fb non c'entra niente, questi si sono già rovinati da soli.

 

L'unico pensiero positivo va al piccolino. Io non so quanti anni abbia, ma spero pochi davvero. Per poter dimenticare del tutto l'uomo che ha creduto essere suo papà e che invece se ne è andato senza nemmeno voltarsi indietro.

 

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We are full of crap! - Siamo nella cacca!

Mi chiamo Stefania Ceruso, ho 32 anni e vivo e lavoro in Tanzania con una Onlus italiana, Tulime, come Responsabile Paese. Lavorare con Tulime è ogni giorno fonte di stimolo e grandi soddisfazioni ma, oltre al piano professionale, la mia professione mi ha portata a costruire la mia vita e la mia famiglia qui. Mio marito infatti è tanzaniano e aspettiamo una bimba che nascerà qui a fine aprile. Proprio grazie alla gravidanza ho iniziato a seguire questa pagina e lavorando ad un nuovo progetto ho pensato di scrivere per raccontare la nostra idea.


Tulime, che in swahili significa “coltiviamo!”, è un’associazione italiana di persone che cooperano con altre persone in paesi tradizionalmente considerati “in via di sviluppo”. Convinti del fatto che l’idea di sviluppo vada completamente rivoluzionata e che certamente non corrisponde a quella diffusa nei paesi tradizionalmente “sviluppati”, Tulime nasce per coltivare su “terre difficili e povere” al sud e al nord del mondo e lavora per il miglioramento della vita quotidiana delle persone e delle comunità. Grazie all’impegno di volontari e sostenitori, Tulime offre supporto all’agricoltura e all’allevamento, favorisce l’istruzione e la salute delle persone e delle comunità e lavora nel campo della sostenibilità ambientale e dell’affermazione dei diritti degli esseri umani “coltivando” il rispetto e la cura della dignità umana, l’incontro tra persone di culture diverse e la pace tra i popoli. Durante lo scorso anno Tulime ha portato avanti differenti progetti di concerto con le comunità locali del distretto di Kilolo, in Tanzania. Le attività hanno coinvolto vari ambiti, dall’idraulica all’istruzione passando per la microfinanza e la tutela dei diritti umani.


Durante lo scorso anno, grazie ad una donazione privata, è stato realizzato un centro per l’infanzia, chiamato Tupo Pamoja (siamo insieme in lingua swahili). Il centro è nato per fornire uno spazio sicuro, di gioco e apprendimento a tutti quei bambini che, generalmente devono seguire i genitori nei campi o rimanere a casa da soli perchè troppo piccoli per andare all’asilo. Nell’area rurale in cui operiamo la maggior parte della popolazione vive in condizioni modeste e si dedica all’agricoltura, attività che li vede per buona parte della giornata lontani da casa.


Il centro accoglierà bimbi fra i 18 mesi e i 3 anni e mezzo, ad oggi abbiamo ricevuto circa 50 richieste. La nostra campagna crowfunding si collega a questo progetto perché molti dei bimbi più piccoli non sono ancora autonomi per quanto riguarda l’utilizzo dei servizi igienici. I pannolini usa e getta sono un bene molto costoso e generalemente
non vengono acquistati dalle famiglie. Allo stesso tempo però non sarebbe possibile per noi gestire un centro per l’infanzia senza poter garantire standard igienici consoni alla situazione. Essendo Tulime attenta alla tematica ambientale, ricorrere ai pannolini usa e getta oltre che per i costi significherebbe alimentare l’inquinamento dell’altopiano dove operiamo. Insieme al gruppo di volontari presenti in loco in questi mesi e agli artigiani della nostra sartoria abbiamo disegnato e realizzato un prototipo di pannolino lavabile. Il pannolino si compone di tre strati: uno esterno, realizzato in colorato cotone stampato (kitenge), uno intermedio con materiale impermeabile e quello finale
di cotone sottile, che andrà a contatto con la pelle. All’interno è stato predisposto un velcro che connetterà la salvietta assorbente alla mutandina. La salvietta avrà tre strati di spugna assorbente sottile e sarà ricoperta di tessuto in cotone. Il pannolino si chiuderà mediante delle strisce di velcro poste sulla parte anteriore che permetteranno di
regolare la taglia in base al piccolo che lo indosserà.


I costi di materiali e manodopera saranno sostenuti attraverso la campagna. La realizzazione dei pannolini ci permetterà di poter accogliere al Centro Tupo Pamoja anche gli ospiti più piccini e di garantirgli pulizia e comfort durante le attività nella speranza che la nostra idea possa poi produrre benefici per tutta la comunità.

Stefania Ceruso
Country Head for Tulime Onlus Tanzania

 

E questo è il link per partecipare al crowfounding!

https://www.youcaring.com/tulimeonlus-1090152

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Il Liceo? Meglio senza stranieri e disabili

Nell'anno domini 2018, in quel paese dall'apparenza civile che è l'Italia, molti ragazzi stanno scegliendo o hanno già scelto la loro scuola superiore: ma come non innamorarsi di Istituti come L’Ennio Quirino Visconti di Roma, dove ci sono appena due soli stranieri (ma saranno senza dubbio figli di ambasciatori) e nessun disabile?

 

Mi sembra quasi di sentirla la diversamente intelligente che ha scritto questi testi, nel suo tallerino Chanel, mentre tutta tronfia si vanta con le amiche "No, cave, nel Liceo di AntonPietro Mavia hanticappati non ne abbiamo...sapete com'è, vitavdano l'appvendimento"

Ma non solo "Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio- alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo».

 

Ma anche  al liceo D’Oria di Genova, non scherziamo "Il contesto socio- economico e culturale complessivamente di medio- alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale ( come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all’analisi delle specifiche esigenze formative nell’ottica di una didattica davvero personalizzata » .

 

E così via per il Parini di Milano, dove " Gli studenti del liceo classico in genere hanno, per tradizione, una provenienza sociale più elevata rispetto alla media Questo è particolarmente avvertito nella nostra scuola. A partire da tale situazione favorevole, la scuola ha il compito ( obbligo) di contribuire a elevare il livello culturale dei suoi allievi"

 

Io ricordo ancora il mio primo giorno di Ginnasio:  ricordo l'appello con i riferimenti genealogici. Ah, dicevano ai miei compagni: sei X figlio dell'Avvocato X? Salutami la tua famiglia! Ecco, io che ero figlia di un operaio e di una casalinga, che ero arrivata lì con tutta l'innocenza della mia scuoletta di provincia, ho scoperto mio malgrado che avere un cognome noto ti aiutava eccome.

 

E ogni volta che facevamo uno sciopero la preside entrava nelle classi e urlava che noi noi eravamo la futura classe dirigente (e ironia della sorte io sono stata una dei pochissimi miei coetanei ad amministrare davvero) e c'era quella specie di aurea riflessa perchè facevi il Liceo Classico.

 

Ma ricordo anche le ragazze della scuola morte di overdose, ricordo le canne fatte nei bagni, ricordo la povertà morale di certi insegnanti.

 

Tutto questo per dire che la poraccitudine della gente che pensa di potersi comprare la scuola perfetta, solo perchè è abbastanza ricca per farlo, mi fa tanta, tanta tristezza. Ma merita comunque l'estinzione.